Lobelia Sackville-Baggins: dal rancore al coraggio

Il Signore degli Anelli contiene, al suo interno, innumerevoli romanzi di formazione dei singoli personaggi. Continue reading “Lobelia Sackville-Baggins: dal rancore al coraggio”

Advertisements

Thorin, il Ramingo spodestato

 

Il personaggio del mondo di Tolkien che rappresenta l’emblema del Ramingo, assieme ad Aragorn, è Thorin Scudodiquercia, erede dei Re della Montagna, Erebor. Ma il suo essere Ramingo non è stata affatto una scelta. Continue reading “Thorin, il Ramingo spodestato”

Due anni dopo. Raccontare la Terra di Mezzo e il blog

Questo blog, una raccolta di brevi saggi sui personaggi e sugli eventi della Terra di Mezzo creata da Tolkien, è arrivato a due anni, e voglio fare un primo bilancio.

Il tutto è nato semplicemente a scopo divulgativo,  nel tentativo di illuminare quegli angoli bui, almeno secondo il punto di vista dell’autore dei saggi, per mostrare al pubblico appassionato di Tolkien, certi particolari, alcune situazioni, diverse implicazioni, che il Professore di Oxford ha solo suggerito: “l’ombra sprigionerà una scintilla”, questo è il punto, come Bilbo canta per Aragorn, e io credo che quella poesia sia una delle chiavi per capire la Terra di Mezzo: gli angoli nascosti, e lo sfondo nascosto che le storie mostrano: come Tolkien stesso ha affermato, il fascino della Terra di Mezzo sta lì, in gran parte.

Ho tentato di farlo, senza pretese di esattezza:  è solo la testimonianza di amore verso la Terra di Mezzo da parte di chi ha intrapreso la carriera di scrittore, e che, grazie proprio a Tolkien, ha deciso di cimentarsi in questo campo.

Molto è stato detto, su Tolkien, e molto resta ancora da dire: il mio vuole essere un contributo teso ad esplorare la bellezza e il fascino dei personaggi e delle storie: un aspetto che a mio avviso, in questi anni, è passato un po’ in secondo piano, dato che la maggioranza dei volumi editi che riguardano Tolkien si sono dedicati ad altri temi: contributi certamente validissimi e fondamentali, ma su un altro piano di lettura.

Però penso che non si debba fare l’errore di pensare che sui personaggi e sulle storie sia stato detto tutto, e che ogni loro azione, scelta, risoluzione, e ogni evento della Terra di Mezzo sia ormai chiaro e palese.

In più, credo che a volte ci si dimentichi un pò troppo facilmente che Tolkien è stato uno scrittore e un artista, e non solo un filologo che si è dilettato nello scrivere romanzi: altrimenti la sofferenza e la gioia che nascono dalle sue pagine non sarebbero mai venute fuori.

C’è ancora molto da dire, quindi; e spero che io, con Migrantes, possa continuare ad aiutare a diminuire lo iato che si è creato tra gli studiosi di Tolkien e il pubblico degli appassionati, che attualmente non hanno quasi nessun punto di contatto.

In breve, cercherò di chiarire il perché, a mio avviso, si è arrivati a questo.

Le storie scritte da J.R.R Tolkien hanno da tempo conquistato il mondo, e varcato i confini dell’Inghilterra. La bellezza delle sue opere, la speranza che esse trasmettono a chi le legge e le ama, hanno contribuito a rendere più ricche interiormente tante persone, in questo mondo.

Ho iniziato a leggerlo a 8 anni, e credo che se non avessi letto il Signore degli Anelli, non avrei saputo affrontare certi momenti difficili della vita.

Eppure, Tolkien ancora viene visto con diffidenza da una parte del mondo culturale italiano.

Perchè? La storica puzza sotto il naso delle elites culturali, che in Italia continuano a rinchiudersi nella propria torre d’avorio, piena di disprezzo verso qualsiasi cosa che piace al popolo?

In parte.

La responsabilità, però, a mio avviso, è da attribuirsi anche a certi ambienti di nicchia che in Italia si occupano di diffondere l’opera del Professore: essi, i quali per anni hanno denunciato l’ingiusto ostracismo verso Tolkien di cui ho parlato prima, rischiano di ricadere nello stesso errore: il pericolo è di trasformare Tolkien in un santino, rinchiudendolo in una torre d’avorio dove possono entrare solamente i veri esperti.

Sicuramente senza volerlo, ma questo è quello che sta ultimamente accadendo. Ho potuto leggere e vedere parecchie volte, nella vita di tutti i giorni, come in quella sul web, risposte infastidite e piccate a semplici ammiratori di Tolkien, i quali facevano domande che agli esperti sembravano ingenue o peggio ridicole: un atteggiamento che trovo sbagliato, e che anche Tolkien non avrebbe approvato, credo: coloro che sanno devono avere la pazienza di spiegare, anche a chi ne sa di meno, certi particolari e certi aspetti che possono sembrare ovvi.

Il risultato di questi atteggiamenti è che molti semplici appassionati stanno continuando ad appassionarsi a Tolkien saltuariamente, o in maniera superficiale, disamorati o scoraggiati.

Col risultato che non sanno dire il perché le storie di Tolkien siano così belle, o abbiano così presa su tante persone; e nemmeno gli esperti che fanno parte di questi gruppi di nicchia, da quello che ho potuto sperimentare, sanno dirlo: o perché danno le cose per scontate, e pensano che sia una perdita di tempo parlarne, o forse perché ritengono che siano argomenti ormai del tutto sviscerati.

Ecco, io penso che non sia affatto così: e spero davvero, con questo mio contributo, di colmare una lacuna, e di spiegare, con pazienza e passione, ai tanti appassionati e curiosi, quelle zone d’ombra della Terra di Mezzo che fanno sorgere tante domande a molti fan, o che vengono dimenticate.

Faccio un esempio.

A mio avviso, uno dei momenti più belli del Signore degli Anelli è quello nel quale Aragorn viene commosso dalla paura di alcuni giovani soldati di Gondor che, terrorizzati dalla marcia verso il Cancello Nero per l’ultima battaglia, si guardano attorno inquieti e timorosi.
Il futuro Re, che sa molto bene che cos’è la guerra, viene mosso a pietà e permette loro di rimanere a guardia dei confini, evitando loro l’incontro con l’orrore.
Un orrore che Tolkien conosceva bene, lui sopravvissuto alla battaglia della Somme nella Grande Guerra.
Sono queste le scene che rendono Il Signore degli Anelli grande letteratura, e di cui bisognerebbe discutere molto di più.

Insomma, vorrei che si parlasse maggiormente della bellezza riguardante la descrizione delle sensazioni di Frodo mentre attraversa Lothlòrien, o della commovente scena nella quale Sam si sveglia bruscamente ed equivoca le intenzioni di Gollum nei riguardi di Frodo, impedendo così la salvezza del miserabile Hobbit decaduto.

Credo che si possa sempre imparare dalla lettura di Tolkien, e che nessuno possa sentirsi mai arrivato a comprenderlo del tutto, perché, come spiega pazientemente Gandalf a Bilbo durante il Consiglio di Elrond:

 “Certamente, mio caro Bilbo, se fossi stato veramente tu a incominciare questa storia, si potrebbe pretendere che tu la finissi. Ma ormai sai bene che nessuno è abbastanza grande per poter rivendicare di aver incominciato, e che la parte recitata nelle imprese memorabili dagli eroi non è che molto piccola”.

L’Alito Nero dei Nazgul: la malattia dell’anima nella Terra di Mezzo

La caratterizzazione degli effetti della presenza dei Nazgul a contatto con i vivi che ci offre Tolkien la conosciamo bene: paura, terrore, sottomissione, e, nel caso di Frodo, ferito e avvelenato dai loro pugnali Morgul, il rischio di uno “svanire” che lo porti ad essere uno spettro come loro,ma inferiore e asservito alla loro volontà.

C’è di più, però.

Qui vorrrei parlare di una caratteristica dei Nazgul che passa sempre un pò sotto silenzio, ma che io ritengo fondamentale, e che mostra come il male, in Tolkien, non sia affatto descritto come i detrattori poco informati lo definiscono: il bene contro il male, l’oscurità contro la luce.

Il male distrugge l’anima, nelle sue storie, muta radicalmente la struttura mentale e spirituale di coloro che ne soffrono. Ed è il caso di quella malattia, caratteristico dono dei Nazgul, che Aragorn diagnostica come “Alito Nero”.

Ne parla due volte: in una prima occasione, a Brea, quando chiarisce a Merry, che li aveva malauguratamente incontrati nel villaggio, da solo, il perchè della sua caduta “in acque profonde”, l’espressione con la quale l’Hobbit aveva descritto il suo svenimento appena era entrato in contatto con uno dei Nazgul.

L’Alito Nero sembra un soffio venefico, che provoca deliquio e confusione,tanto da impedire di connettere sè stessi con  la realtà. Una specie di droga che avvelena la mente e il cuore.

Eppure, ancora non comprendiamo bene cosa sia questo Alito Nero. Sarà molto più chiaro ne Il Ritorno del Re, quando Merry stesso, Faramir ed Eowyn ne verranno colpiti.

Tutti e tre entrano a contatto con i Nazgul. Eowyn e Merry hanno a che fare con il Re Stregone, e nel capitolo Le Case di Guarigione Aragorn ci mostra, sempre con quello stile caratteristico di Tolkien,che accenna e apre squarci, come l’Alito Nero colpisca laddove il terreno sia già propizio per la malattia.

Merry  ne era già stato evidentemente colpito a Brea; ma la paura profonda che lo attanagliava, quella di rimanere indietro mentre gli altri amici rischiavano la vita, e al contempo il senso di colpa per aver disobbedito agli ordini di Thèoden, provocheranno in lui l’insorgere di quella sofferenza del cuore, mista ad una depressione improvvisa e alla perdita della fiducia nella vita, che è il marchio di fabbrica dell’Alito Nero.

Ma gli Hobbit sono resistente, e si riprenderà in breve tempo.

Per Eowyn, il discorso è ancora più grave. La sua depressione parte da lontano, come spiega Gandalf ad Eomer: “Amico, tu avevi cavalli, vantavi azioni di guerra e liberi campi; ma ella nel suo corpo di fanciulla possedeva uno spirito e un coraggio senza dubbio uguali al tuo ardimento. E tuttavia era destinata a servire un vegliardo, che amava come un padre, e a vederlo crollare in una stoltezza meschina e disonorevole; il suo ruolo le sembrava più ignobile di quello del bastone su cui il re si appoggiava. Credi forse che il veleno di Vermiliguo fosse destinato soltanto alle orecchie di Thèoden? Vecchio rimbambito! Che cosa credi che sia la casa di Eorl, se non una capanna di paglia dove i briganti bevono in mezzo al fetore, mentre i loro bambini si rotolano per terra insieme con i cani? Non hai forse udito queste parole prima d’ora? Le pronunciò Saruman, il maestro di Vermilinguo. Non dubito però che Vermilinguo esprimesse il medesimo concetto in termini più furbi. Mio signore, se l’amore che tua sorella nutre per te e la sua volontà ancora intenta al dovere non avessero tenute strette le sue labbra, forse avresti udito persino frasi del genere sfuggirle. Ma chissà quali parole pronunciava, sola, nell’oscurità, durante le amare veglie, quando tutta la sua vita sembrava rimpicciolirsi e le mura della sua stanza parevano chiudersi intorno a lei, come una gabbia che intrappola una bestia selvaggia?”.

Il dolore e la tristezza di Eowyn non sono dovute solo alla passione non corrisposta per Aragorn, come Eomer crede, ma anche e soprattutto, a mio avviso, a questa lenta malattia, dovuto all’esistenza triste e decadente in quella reggia in declino.

Su questo terreno favorevole si innesta l’Alito Nero; e ci vorrà l’amore di Faramir perchè Eowyn possa guarire. Lei, come aveva notato Merry, era partita in guerra senza speranza, con il volto di uno che “va in cerca della morte”, e anche dopo la guarigione fisica, penserà alla morte come alla soluzione migliore: “Come Thèoden il re, il quale morì e ora ha al tempo stesso pace e onori”.

Ci vorrà Faramir, per farla uscire da questa spirale depressiva; solo lui, credo, poteva far rifiorire la speranza in Eowyn, perchè anch’egli era stato colpito dall’Alito Nero, come diagnostica Aragorn: “Stanchezza, dolore per lo stato d’animo del padre, una ferita, e soprattutto l’Alito Nero», disse Aragorn. «E’ uomo di forte volontà, perché già si era trovato molto vicino all’Ombra prima ancora di partire per la guerra. L’oscurità dev’essere lentamente penetrata in lui, mentre combatteva, lottando per salvare il suo avamposto. Se fossi arrivato prima!”.

Per fortuna, Aragorn riuscirà a guarirlo, e Faramir stesso guarirà Eowyn, lui che nei lunghi anni di crescita aveva accumulato un dolore sordo e silenzioso per il rapporto difficile con il padre, che sottovalutava e non accettava il modo di essere di Faramir- compresa l’ostilità per l’amicizia che il figlio aveva per Gandalf- che cambierà idea solo quando vedrà il figlio vicino alla morte.

Troppo tardi, questa consapevolezza, per salvare sè stesso; ma per Faramir ci sarà invece salvezza, e tempo per guarire dal dolore e dall’Alito Nero, la malattia dell’anima della Terra di Mezzo.

La magia nella Terra di Mezzo: una introduzione

Questo articolo raccoglie i contributi per la conferenza “Arte e incantesimo: la magia degli Elfi secondo Tolkien”, che ho tenuto a Castelfidardo, nell’ambito delle iniziative che I Cavalieri del Mark, l’associazione Tolkeniana delle Marche, tiene per omaggiare la ristampa delle Lettere di Tolkien. Continue reading “La magia nella Terra di Mezzo: una introduzione”

Trasposizioni al cinema: la lettera 210 di Tolkien, Zimmerman e Peter Jackson

Nel Giugno del 1958, Tolkien commentò con notevole ampiezza in una lettera, la numero 210 contenuta nella raccolta edita, la proposta di riduzione cinematografica dello sceneggiatore americano Morton Grady Zimmerman.

Il suo commento alla sceneggiatura fu lungo, esauriente e abbastanza polemico, perchè lo sceneggiatore, a suo avviso, gli aveva creato parecchia irritazione, nel momento in cui un autore scopre “ che il suo lavoro viene trattato globalmente senza attenzione, a volte con disprezzo, e senza segni evidenti di apprezzare quello di cui tratta”.

Le annotazioni di Tolkien sono molte. Io vorrei però concentrarmi su alcune di esse, per dimostrare la saggezza di queste osservazioni, che denotano come Tolkien fosse tutt’altro che a digiuno dei criteri che differenziano un libro dalla sua trasposizione cinematografica, e per testimoniare come, a mio avviso, Peter Jackson, nelle sue trasposizioni di alcuni decenni più tardi, non abbia affatto ignorato questa lettera, anzi l’abbia tenuta sempre davanti agli occhi, pur dovendo in qualche modo mediare tra l’amore per il libro e le esigenze del cinema.

“Perchè lo spettacolo pirotecnico comprende bandiere e hobbit? Nel libro non è così. Bandiere di che cosa? Preferisco i miei fuochi d’artificio”.  Meglio essere essenziali e rispettosi degli eventi. La scena del film La Compagnia dell’Anello di Jackson segue questo prezioso suggerimento, e i fuochi d’artificio sono il centro della festa, oltre all’aggiunta, da pochi notata, di un omaggio al tipico ballo hobbit, lo Scattanello.

“Ecco la prima intrusione delle Aquile. Penso che siano l’errore più grosso di Z, e senza giustificazioni. Le Aquile sono macchine pericolose. Io le ho usate solo con parsimonia, e solo in questo modo sono credibili o utili. L’atterraggio di una Grande Aquila dalle Montagne Nebbiose nella Contea è assurdo”.  Anche Jackson le usa con parsimonia, ne Lo Hobbit e ne Il Signore degli Anelli, esattamente quando lo richiede il bisogno, seguendo fedelmente i libri.

“Una scena scura ma illuminata da un piccolo fuoco rosso, con gli Spettri che si avvicinano lentamente come ombre più scure- fino al momento in cui Frodo infila l’Anello e il re, rivelato, avanza, mi sembrerebbe molto più impressionante di un’altra scena piena di urla e di colpi inutili”. Quello che conta, dice Tolkien, è la paura che la scena deve trasmettere; e l’arrivo dei Nazgul nel rifugio degli Hobbit orchestrato da Jackson segue proprio queste indicazioni, trasmettendo quel terrore necessario.

La scomparsa della tentazione di Galadriel è significativa. Praticamente tutto quello che aveva una valenza morale è sparito dalla trama”. Nel film di Jackson, invece, questa tentazione c’è eccome, e trasmette quel senso di lenta e sorgente tensione, finchè Galadriel non sogna ad occhi aperti, per poi tornare essere una donna elfica dolce e triste. Certo, nel film jacksoniano quasi muta il viso, in una maniera che Tolkien avrebbe trovato esagerata, ma a lui importava che la valenza morale rimanesse, e questo Jackson lo ha mostrato benissimo.

“Spero veramente che quando i dialoghi saranno attribuiti ai personaggi essi saranno raffigurati come io li ho raffigurati: con lo stesso tono e gli stessi sentimenti. Mi risentirei per i cambiamenti dei personaggi molto più che per i cambiamenti in peggio della trama e dello scenario”. Questo è un punto molto significativo: credo che Tolkien avrebbe storto il naso, vedendo i film di Jackson, più nei riguardi di una storpiatura evidente di qualche personaggio piuttosto che verso il taglio di qualche parte della trama, come il ritorno finale alla Contea. Avrebbe sicuramente criticato questa scelta, che modifica il tono finale del racconto, ma avrebbe compreso il taglio non come una mancanza di rispetto, ma come un doloroso risparmio di tempo. Invece non avrebbe approvato la modifica del carattere di un Sam, o un Gandalf, o un Theoden, o di qualunque personaggio. Ebbene, Peter Jackson mantiene intatta l’anima e i sentimenti dei personaggi, e anche se con qualcuno enfatizza alcune caratteristiche- Denethor e Faramir, per esempio- io credo che Tolkien avrebbe apprezzato molto la resa dei personaggi.

“Perchè Theoden e Gandalf non escono nello spiazzo davanti al portone, come ho detto io? L’andirivieni si svolge all’aperto e in città. L’attività da far vedere ha luogo sul vasto spiazzo oltre le grandi porte”. La memoria va subito alla scena del film Le Due Torri, dove accade esattamente questo: Thèdoen si risveglia- Tolkien non avrebbe apprezzato la resa demoniaca della malattia di Thèoden, ma questo particolare non inficia la resa filmica del passo in questione- , esce dal palazzo, e affronta Grìma sulle scale del palazzo. Diverso dal libro, forse; ma Jackson segue fedelmente il consiglio di Tolkien, quello di ambientare le attività del regno al di fuori del palazzo. Possiamo vedere, in alcune scene del film, come ci sia proprio quel viavai richiesto dalle caratteristiche della cultura di Rohan.

Ci sono altri passaggi, ma questi, a mio avviso, sono i più probanti per mostrare come Tolkien fosse ben consapevole dei punti fermi che avrebbe voluto in una trasposizione cinematografica delle sue opere: quello che contava non era la rappresentazione pari pari di ogni particolare, ma il rispetto e l’amore per le storie.

E questo Peter Jackson lo ha conservato in pieno. Quindi, Tolkien gli avrebbe fatto sicuramente qualche appunto, ma in linea generale gli avrebbe stretto la mano e lo avrebbe ringraziato.

E tutti noi, oggi, dobbiamo ringraziarlo.

Grishnàkh , l’Orco che bramava l’Anello

La particolarità degli Orchi, la soldataglia di Mordor e Isengard, risiede nel fatto che essi non sono una informe massa di schiavi senza volto, ma al contrario mostrano rivalità e complicazioni al loro interno: seguono tutti un Padrone, ma il loro rapporto con la potenza che li comanda varia molto. Continue reading “Grishnàkh , l’Orco che bramava l’Anello”