Il Gaffiere contro i pettegolezzi: una giornata al Drago Verde

Il primo capitolo de la Compagnia dell’Anello ci fa entrare direttamente nella Terra di Mezzo, e contiene numerosi momenti nei quali ammiriamo la bravura di Tolkien nel rendere assolutamente reale un mondo inventato. Continue reading “Il Gaffiere contro i pettegolezzi: una giornata al Drago Verde”

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Dìs e il fascino dei personaggi “celati”

Nelle storie di Tolkien, ci sono tantissimi personaggi a cui viene dedicato spazio, anche minimo, tanto che di tutti possiamo avere in qualche modo una certa idea: sulla loro vita, sul passato, sul presente e magari anche sul futuro.

Pensiamo ad Omorzo Cactaceo, l’oste di Brea, che viene dipinto da Tolkien in poche ma indimenticabili scene: di Omozo sappiamo e sapremo ben poco, ma non potremo mai dimenticare la sua parlantina, i suoi “pasticci” con la lettera di Gandalf e la sua diffidenza verso Grampasso/Aragorn; e la nostra fantasia spazierà libera, nel tentativo di immaginarci la sua vita precedente di “uomo indaffarato” e quella futura, con tutte le implicazioni che il ritorno del Re può portare anche a Brea e lungo il Verdecammino.

Lo stesso discorso potremmo fare per Ghan-buri-Ghan,Sveltolampo, Beregond, Gamling… e tantissimi altri.

Il principale fascino della Terra di Mezzo, però, quella che permette ai suoi lettori di immergersi centinaia di volte nelle sue storie, risiede nei suoi personaggi “celati”, quelli di cui non sappiamo praticamente niente, la cui vita passata, presente e futura, è avvolta nel mistero, e sui quali ci interroghiamo continuamente, per cercare di penetrare la nebbia che li avvolge.

Per esempio, la regina Berùthiel di cui parla Aragorn a Moria era davvero così terribile da dover essere relegata con i suoi gatti su una nave?

Che cosa ha spinto il Nano Narvi a fabbricare i portoni di Moria proprio in quel modo? Di che intensità è stata la sua amicizia con l’Elfo Celebrimbor?

Questi due personaggi sono solo nominati da Tolkien, così come tanti altri, e ci lasciano dentro una enorme curiosità. Cosa sarebbe successo se avesse trovato il tempo di parlarne?

Un mistero che rimane insoluto, attutito solo dal fatto che sono personaggi molto minori. Ma quando questo accade con personaggi che in un certo modo rivestono una importanza non piccola, il rimpianto è grande.

Questo è il caso di Dìs, sorella di Thorin Scudodiquercia e madre di Fili e Kili.

Il suo è un caso speciale, perchè ne sappiamo veramente pochissimo, in quanto Dìs… e in quanto Nana!

Le Nane sono l’elemento forse più misterioso di tutta l’epica Tolkeniana, avvolte in un quasi totale mistero: l’unica descrizione- se così si può chiamare- che ne abbiamo si trova nelle Appendici del Signore degli Anelli, nella sezione relativa al Popolo di Durin:

“Dís era la figlia di Thràin II, l’unica donna della razza dei Nani ad essere nominata in queste storie. Gimli spiegò che vi erano poche Nane, probabilmente appena un terzo della intera popolazione. Esse si allontanano dalle loro dimore
assai di rado, e soltanto in caso di estrema necessità. La loro voce, il loro aspetto e, quando viaggiano, anche il loro abbigliamento sono talmente simili a quelli dei Nani maschi che gli occhi e le orecchie della gente di altri paesi non sanno distinguerle: questo è all’origine della stupida idea degli Uomini, secondo cui non esistono le Nane e i Nani «nascono dalla roccia».
E’ proprio a causa della scarsità di donne che la razza dei Nani aumenta di numero assai lentamente, e corre gravi pericoli quando non dimorano in luoghi sicuri. I Nani infatti si sposano una volta sola nella vita, e sono gelosi come in ogni altra questione ove si tratti dei loro diritti. A dire il vero, non più di un terzo dei Nani prende moglie. Infatti, non tutte le donne si sposano: alcune desiderano chi non possono avere e rifiutano tutti gli altri”. 

Un passo breve e abbastanza vago, ma che tuttavia ci dice due o tre cose interessanti: le Nane, come i Nani, “non danno molto peso ai fardelli” e risparmiano nell’abbigliamento, quindi questo ha dato origine ad una stupida diceria, secondo la quale le Nane non esistono. Ma questa è solo una diceria, e dato che Tolkien qui lascia parlare una fonte Gondoriana, noi non possiamo trarre conclusioni definitive su questo passo: è chiaro, ci dice Tolkien, che i Nani e le Nane non sono come vengono descritti qui; c’è sicuramente dell’altro, che purtroppo noi non abbiamo. E questo aumenta il mistero, e la curiosità.

Eppure, tra le righe, questo trafiletto ci dice una cosa molto importante del carattere delle Nane: esse sono molto fiere ed indipendenti, e arrivano a rifiutare pretendenti, se hanno dato il cuore a una persona ben precisa. Un elemento notevole, questo, che ci può anche illuminare riguardo l’importanza di Dìs stessa.

Le Nane non erano molte, e quindi erano parecchio importanti: il fatto che potessero liberamente scegliere di non sposarsi dimostra che la loro voce era tenuta in considerazione.

Dìs, in quanto sorella di Thorin, doveva avere un certo peso, e non è difficile immaginarla come una persona importante per il suo popolo, e la sua autorevolezza può aver certo influito sulla presenza di Fili e Kili nella compagnia di Thorin: i due erano molto giovani, e la loro partenza per una missione così apparentemente senza speranza si può giustificare proprio con la parentela tra loro e Thorin, al quale Dìs li affidava, quasi come due paggi, nella speranza che il loro zio li proteggesse adeguatamente.

Per questo, probabilmente, vennero scelti loro e non Gimli, che si sentì dire di essere “troppo giovane, benchè a quarant’anni mi sentissi pronto a tutto”.

Le speranze di Dìs, però, si infransero, e possiamo solo immaginare la tragedia che la travolse, alla notizia di aver perso, nel giro di poche ore, l’amato fratello e entrambi i figli.

Per noi lei è solo un nome, eppure chissà, forse ora possiamo raffigurarcela in maniera meno indistinta, se pensiamo alle vite che amava, e che perse per sempre.

Asimov e Tolkien: un legame sorprendente

 

Questo post è un pò particolare, e vuole svelare un aspetto della letteratura del 900 conosciuto da pochi: lo stretto rapporto tra Isaac Asimov e J.R.R Tolkien.

Intanto, le coincidenze: Asimov nasce un 2 Gennaio(1920)  e Tolkien un 3 ( 1892)… ma a parte gli scherzi, è significativo che Fondazione, il primo volume di Cronache della Galassia, esca nel 1951, negli stessi anni in cui stava venendo alla luce Il Signore degli Anelli.

Eppure, non è una semplice coincidenza numerica, perchè anche l’opera di Asimov, benchè parta da presupposti e fonti diverse- la tradizione ebraica, la fantascienza dei primi del 900 e la filosofia della storia-  riesce a porsi le stesse domande e a coltivare le stesse aspettative di quelle di JRRT: il potere che degenera, il rapporto tra morte e vita, la pericolosità dell’uso di alcune sapienze: basti pensare, in Io Robot, all’ambiguità delle Leggi della Robotica,nate con un intento positivo, ma spesso sfociate in pericolo ( “Niente è malvagio fin da principio, nemmeno Sauron lo era”: ricordate?”); in Fondazione, inoltre, c’è la figura di Hari Seldon, lo storico-matematico le cui azioni portano benefici al futuro, lavorando nell’ombra e con lo scopo di prevenire la rovina della Galassia dopo la caduta dell’Impero: non tanto diverso dalla missione di uno Stregone di nostra conoscenza.

Per non parlare delle diffidenze e delle ostilità tra le due diverse “razze” che hanno popolato l’Universo, i Coloni- discendenti dei Terrestri- e gli Spaziali, che da tempo hanno rinnegato la loro eredità terrestre. Due realtà umane che vivono il rapporto con lo spazio in maniera completamente differente, e che possono ricordare il diverso modo di concepire il mondo e i conflitti tra Elfi e Nani.

Naturalmente, Tolkien e Asimov sono diversi in quanto a radici culturali: Tolkien era profondamente cattolico, e Asimov ateo, eppure la ricerca di senso al mondo è un qualcosa che accomuna tutti, e che si creda in Dio o meno le domande sono in  fondo le stesse.

Entrambi, inoltre, per molto tempo, sono stati derubricati a letteratura d’evasione, perchè si occupavano di mondo inventati o quantomeno “modificati”: eppure oggi si può proprio dire che la letteratura fantastica, nel Novecento, è stata quella che è riuscita a continuare a porsi le grandi domande. 

Tolkien e Asimov, in modi diversi, si sono inoltre dovuti confrontare con due grandi traumi: la Grande Guerra per Tolkien e l’era Atomica per Asimov, e tutti e due hanno concretizzato i fantasmi di quei due traumi in personaggi totalmente devastati al loro interno: i Nazgul per Tolkien, spettri consumati da manufatti della Tecnica, e gli Eterni per Asimov, completamente ciechi di fronte all’umanità, totalmente assorbiti come sono dalla ricerca tecnologica ( nel romanzo “La fine del’eternità”). 


Ma la cosa più interessante di questo rapporto a distanza tra i due  è la sincera stima e interesse che Asimov nutriva verso Tolkien: “J. R. R. Tolkien morì il 2 settembre 1973. A quell’epoca ero a Toronto per partecipare alla 31a Convention Mondiale di Fantascienza e fui profondamente colpito dalla notizia… Tuttavia lo stesso giorno della sua morte vinsi il premio Hugo per il mio romanzo Neanche gli Dei e non potei fare a meno di sentirmi felice. Avevo già letto tre volte Il Signore degli Anelli di Tolkien prima della sua scomparsa (e da allora l’ho riletto una quarta volta) e poiché ogni volta l’avevo apprezzato sempre maggiormente, capii che il solo modo per scusarmi della mia felicità in quel triste giorno era quello di scrivere un racconto in memoria di Tolkien. Così scrissi Nothing Like Murder” (ISAACASIMOV, More Tales Of The Black Windowers, 1979; tr. it. Largo ai Vedovi Neri. Dodici inviti a cena con il mistero, ed. Rizzoli, Milano 1982, pp. 137 – 138).
Ma non è finita qui: lo stesso Tolkien, benchè anti-tecnologico, aveva affermato di apprezzare le opere di Asimov, nella lettera a Charlotte e Denis Plimmer, del 1967 ( n.294 delle Letters): JRRT dice testualmente: “Mi piace la fantascienza di Isaac Asimov“.
Insomma ora certe coincidenze non sembrano più tanto tali.

No?

Tuor e Tùrin: L’Uomo a contatto con gli Elfi

All’interno dei racconti della Prima Era della Terra di Mezzo, due sono le storie che spiccano particolarmente, nell’ambito dell’universo relativo al popolo degli Uomini: quelle con protagonisti Tuor e Tùrin. Le loro sono storie lunghe e complesse, ma qui vorrei affrontare un particolare momento che diversifica e accomuna le loro vicende: il rapporto con gli Elfi.

I due sono cugini, figli di rispettivi fratelli- Huor e Hùrin- ma non potrebbero essere più diversi: pacato e cortese Tuor, passionale e collerico Tùrin.

Entrambi vivono in un periodo chiave della storia della Terra di Mezzo, il momento in cui i regni degli Elfi crollano,e Morgoth sembra che stia per arrivare alla vittoria finale. Entrambi i cugini vivono a stretto contatto con gli Elfi: Tuor viaggia con Voronwe per arrivare a Gondolin, incontra Gelmir e Arminas , appartenenti alla gente di Cìrdan lungo la strada, e poi vive per anni a Gondolin, sposando Idril, un’Elfa, e diventando l’anello di congiunzione tra le due stirpi, essendo padre di Earendil e nonno di Elrond  ed Elros.

Insomma, Tuor sembra accettare in pieno l’essenza degli Elfi, la loro cultura e il loro modo di vivere, fino a farla sua.

Non a caso, prima di cercare la strada per Gondolin, come leggiamo in Racconti Incompiuti, Tuor sceglie la strada da prendere che poi lo porterà alla scoperta della sua missione e del destino che lo attende a Gondolin, suonando un’arpa che portava sempre con sè:

“Diede allora di piglio all’arpa che sempre portava con sè, abile com’era a pizzicarne le corde, e, incurante del pericolo costituito dalla sua chiara voce solitaria nel deserto, intonò un canto elfico del Nord per il sollievo dei cuori”.

Qui Tuor sembra proprio un Elfo, e come loro mostra una spiccata sensibilità per la musica, e per il canto prima di ogni altra cosa da fare ( “ci tengono come al mangiare, e anche di più”, dirà dell’amore elfico per la musica il vecchio Bilbo nel Signore degli Anelli). Non può stupire, allora, che sia proprio Tuor il prescelto dai Valar per portare la speranza nel mondo, e unire i due popoli.

Tùrin, invece, fa proprio l’opposto: vive a lungo con gli Elfi, da bambino e ragazzo, nel Doriath, poi stringe una salda amicizia con Beleg Arcoforte, e infine diventa uno dei difensori del Nargothrond. Eppure, Tùrin non acccetta mai veramente l’Elficità, e il modo di vivere elfico.

Basta pensare ai suoi primi anni nel Doriath, vive  a stretto contatto con la fanciulla Elfica Nellas, ma per lui rimarrà solo una compagnia di giochi, che presto svanirà dalla sua memoria, tanto che quando l’amico Beleg gliela rammenterà,perchè Nellas scagionerà Tùrin dall’accusa di omicidio, il giovane mostrerà di averla completamente dimenticata:

“Non riesco a ricordarla. Perchè si trovava sul mio cammino?”

Allora Beleg gli rivolse uno sguardo interrogativo. 

“Davvero, perchè?”. “Tùrin, hai sempre vissuto con il tuo cuore e metà della tua mente rivolti da un’altra parte? Quand’eri ragazzo solevi passeggiare con Nellas nei boschi”.

E’ stato tanto tempo fa- disse Tùrin– O, almeno, lontanissima mi sembra la mia infanzia, e una nebbia la copre, salvo soltanto il ricordo della casa di mio padre nel Dor-lòmin. Ma perchè avrei dovuto scorrazzare con una fanciulla elfica?”
“Forse per imparare quel che poteva insegnarti- rispose Beleg- Se non altro alcune parole elfiche, i nomi dei fiori dei boschi: quei nomi almeno non li hai dimenticati. Ahimè, figlio di Uomini! Altri dolori si danno nella Terra di Mezzo che non siano i tuoi, e ferite che nessuna arma ha inferto. Invero comincio a pensare che Elfi e Uomini non dovrebbero mai incontrarsi nè mescolarsi”.

Tùrin ha sempre vissuto con cuore e mente “rivolti da un’altra parte”, verso i ricordi della propria primissima infanzia distrutti, verso l’abbandono della madre e della sorella, il ricordo del padre prigioniero e verso la consapevolezza di essere “diverso”, come dice a Gelmir e Arminas ne i Racconti Incompiuti, a causa dell’odio di Morgoth.

I due Elfi sono una specie di collante tra i due cugini, Tuor e Turin, che non si sono mai visti, se non da lontano- ma è solo Tuor ad accorgersi di Tùrin, durante il suo viaggio verso Gondolin- e attraverso le parole di Arminas possiamo vedere materializzarsi questa profonda differenza di atteggiamento tra i due cugini verso gli Elfi; per i Primi Venuti al mondo, infatti, Tuor è degno di stima, perchè “Altri della Casa di Hador si comportano diversamente, e Tuor tra loro. Essi infatti si mostrano cortesi, e nutrono rispetto per i Signori dell’Ovest. Tu, invece, a quanto sembra, il consiglio lo chiedi alla tua mente o magari soltanto alla tua spada”.

E’ chiaro che qui “il consiglio lo chiedi alla tua mente” non vuol dire certo che per gli Elfi non bisogna pensare con la propria testa, ma che semplicemente bisogna prendere atto di tutte le circostanze e gli eventi,e che è giusto considerare anche gli altri, nel compiere delle scelte. Così fa Tuor, che non pensa mai solo a sè stesso, ma anche alle persone a lui affidate: è lui a guidare i fuggiaschi di Gondolin, non il re Elfico Turgon.

All’opposto si comporta Tùrin, e questo, dice Arminas, farà sì che la sorte di Tùrin sarà “ben diversa da quella di cui uno delle Case di Hador e di Beor potrebbe aspirare”.

Tùrin ribatte sprezzantemente e orgogliosamente che la sua sorte è stata sempre diversa, ed è questa consapevolezza, tale solo perchè Tùrin se ne è sempre convinto, che ha portato il giovane a un destino tremendo: ha scelto sempre verso quella direzione, rifiutando i consigli altrui e non accettando mai la saggezza degli Elfi, guardandola sempre con sospetto.

Tuor ha sempre amato gli Elfi, ed ha sposato Idril: Tùrin li ha rispettati, ma ha sopportato sempre a stento il loro modo di essere, e cercando continuamente di imporre il suo:  e questo lo ha portato, inconsciamente, a rifiutare l’amore di Finduilas del Nargothrond.

Per l’Uomo della Terra di Mezzo è centrale il modo di rapportarsi con gli Elfi, per la propria storia, e i due cugini mostrano i due lati del problema: amore e curiosità, sospetto e rifiuto.

La bilancia pende dalla parte di Tuor, ma è sempre stata solo una questione di scelte, e mai di destino.

 

 

Thingol, Orodreth e Turgon: l’egoistica saggezza degli Elfi

Gli Elfi della Terra di Mezzo sono noti al pubblico dei lettori di Tolkien per la loro saggezza e sapienza, rispetto alle altre genti della Terra di Mezzo, e l’immagine che molti di noi hanno di loro è legata ai personaggi Elfici presenti nel Signore degli Anelli, come Elrond, Glorfindel e Galadriel, che mostrano di avere grande consapevolezza dei pericoli del mondo, e delle strade che bisogna percorrere per affrontarli.

Non sono individui perfetti, possono essere tentati dal potere ammaliante dell’Anello- com’è il caso di Galadriel- e spesso negli anni hanno adottato una tattica attendista, dato che Sauron sembrava essere sparito per sempre, ma quando il momento dello scontro ha cominciato pericolosamente ad avvicinarsi, non hanno esitato a mettere in gioco le loro stesse dimore per la salvezza di tutti.

Parrebbe, questa caratteristica di saggezza, prudenza e coraggio, essere sempre stata di proprietà degli Elfi, ma non è affatto così.

La particolarità degli Elfi di Tolkien è il fatto che essi non sono affatto esseri “angelici” o “divini”, ma sono individui legati alla terra e al mondo, e possono commettere errori. Difatti ne hanno commessi parecchi nella loro millenaria storia, alcuni anche tremendi, e se  sono arrivati a questo miscuglio di prudenza, saggezza e coraggio, ciò è accaduto perchè hanno pagato il prezzo di numerosi errori.

Alcuni di questi errori possono essere riassunti da una formula che oserei chiamare “saggezza egoistica”, e che possiamo trovare in alcuni dei Re Elfici della prima Era, di cui possiamo leggere nel Silmarillion e nei racconti ad esso collegati, come I Figli di Hùrin

C’è un legame profondo tra tre personaggi contraddistinti da questa egoistica saggezza, che porta il sovrano di un determinato luogo a rifiutare ogni impegno verso il mondo, n guerra contro Morgoth, e a scegliere invece la via di una saggezza che mette al primo posto la salvezza di un unica dimora sicura, alla preservazione delle ricchezze presenti, a una tattica di guerra nascosta che si accontenta di rintuzzare gli assalti del nemico nella speranza che questa lotta si protragga così all’infinito.. e infine a un’incoscienza suicida scambiata per coraggio.

Una saggezza, però, questa, dettata spesso da un’arroganza, tipica di molti Elfi della Prima Era,che in fin dei conti nascondeva un disprezzo verso gli altri popoli, per i quali non si aveva intenzione di sprecare vite ed energie. L’unica cosa che contava era la preservazione dei regni Elfici, felici e apparentemente perfetti.

Ma era un’illusione, questa, destinata a cadere tragicamente.

I tre Re accomunati da questa egoistica saggezza sono Turgon di Gondolin, Thingol del Doriath e Orodreth, che prese il posto di Finrod Felagund, partito con Beren alla ricerca dei Silmaril, come sovrano del Nargothrond quando questi morì nelle segrete di Sauron.

Tutti e tre scelgono di pensare solo alla propria terra,al proprio popolo e ai relativi possedimenti, rifiutando di mettersi in gioco per la salvezza della Terra di Mezzo (Thingol), di cambiare strategia bellica, o di cambiarla quando non è il caso( Orodreth), di lasciare le proprie terre per cercare salvezza, dato che il tempo della propria città sta giungendo al termine( Turgon).

Pur tra le apparenti diverse motivazioni, c’è un sostrato comune. Ma vediamo nel dettaglio. Prenderò ad esempio tre momenti nei quali i tre attuano questa loro saggezza egoistica.

Nel Silmarillion, nel capitolo XX, Thingol rifiuta di mandare un suo contingente alla battaglia che poi passerà alla storia come “Delle Innumerevoli Lacrime”:

“Scarso aiuto venne dal Doriath. Infatti Maedhros e i suoi fratelli, astrettivi dal loro giuramento, avevano mandato messaggeri a Thingol per ricordargli con altere parole la loro pretesa e invitarlo a consegnare il Silmaril o a considerarsi loro nemico. Melian lo consigliò di cedere il gioiello; ma le parole dei figli di Feanor erano superbe e minacciose, e Thingol montò in collera, pensando alle pene di Lùthien e al sangue di Beren grazie ai quali il monile era stato conquistato a dispetto della perfidia di Celegorm e Curufin. E poi, più contemplava il Silmaril, più desiderava di tenerselo per sempre; tale infatti era il potere della gemma. Rimandò dunque i messaggeri con sprezzanti parole. Maedhros nulla rispose, avendo egli nel frattempo concepito la confederazione e lâunione degli Elfi; ma Celegorm e Curufin pubblicamente giurarono di uccidere Thingol e di sterminarne il popolo, se fossero tornati vittoriosi dalla guerra e la gemma non fosse stata spontaneamente resa. Thingol allora fortificò le marche di frontiera del suo reame e non andò alla guerra, nè vi si recò nessun altro del Doriath, salvo Mablung e Beleg, che riluttavano a non aver parte in quelle grandi gesta. A essi Thingol concesse di partire a patto che non servissero i figli di Feanor; e quelli si unirono all’esercito di Fingon”.

Questa parte del racconto mette senza dubbio in evidenza come il rifiuto di Thingol nell’inviare un contingente sia dovuto anche all’ostinazione e alla prepotenza dei figli di Feanor, ossessionati dal loro giuramento; ma è indubbio che giochi un ruolo non di poco conto anche il desiderio di conservare il Silmaril: solo separandosi dal gioiello, la lega con i figli di Feanor avrebbe potuto funzionare, e la brama del gioiello aveva avvinto da tempo il cuore di Thingol( sarà poi la sua rovina). In più, qui è importante anche il desiderio di conservare intatta la propria terra da prevedibili sconvolgimenti post-battaglia. Quello che ha sempre contato, per Thingol, è il Doriath: la stessa cintura di Melian, la sua sposa, è un segno di come l’importante era conservare quel luogo di bellezza e pace puro e immacolato: gli stranieri erano malvisti, e in pagine precedenti leggiamo di come fosse stata bandita persino la lingua dei parenti Noldor, dato che il Re li considerava responsabili della venuta di Morgoth nella Terra di Mezzo.

Thingol non vuole esporsi, e mette il Doriath sempre davanti a tutto; anche la stessa ricerca di Tùrin, quando gli viene chiesta dalla madre e dalla sorella dell’uomo, viene fatta con prudenza. Thingol ha il terrore dell’esterno, e anche se non ha mai del tutto torto, ciò nonostante la sua saggezza e conoscenza è sempre venata da una preoccupazione: il Doriath è più importante di ogni altra cosa.

Molto legata, nelle motivazioni, a questo modo di concepire la saggezza come prudenza e rifiuto di scelte rischiose ma doverose, è la risposta che il Re Turgon di Gondolin dà a Tuor quando questi gli porta il messaggio e l’invito del Vala Ulmo:

“E Tuor avvertìTurgon che la Maledizione di Mandos ormai si affrettava al proprio compimento, il momento in cui tutte le opere dei Noldor sarebbero perite; e lo scongiurò di partire, abbandonando la bella e forte città  che aveva edificato, scendendo al mare lungo il Sirion. Allora a lungo Turgon riflette sul consiglio di Ulmo, e gli tornarono alla mente le parole che gli erano state dette in Vinyamar:« Non amare troppo l’opera delle tue mani e gli espedienti del tuo cuore; e ricorda che la vera speranza dei Noldor sta allâOvest e viene dal Mare». Turgon però si era fatto superbo, e Gondolin bella quanto il ricordo dell’elfica Tirion, ed egli confidava ancora nella sua segretezza e inespugnabile forza, sebbene le parole di un Vala fossero ben sufficienti a smentirla; e, dopo la Nirnaeth Arnoediad, gli abitanti della città  più non desideravano aver parte nelle calamità  di Elfi e Uomini che abitassero altrove, nè di tornare in Occidente affrontando paure e pericoli, ma, al riparo dei loro colli incantati e privi di sentieri, vietavano l’ingresso a chiunque, sebbene Turgon a stento fosse sfuggito all’odio di Morgoth; dalle terre circostanti, le notizie giungevano incerte e remote, e ben poca attenzione essi prestavano loro (…) Sempre Maeglin parlava contro Tuor ai concili del Re, e le sue parole sembravano tanto più convincenti, dal momento che coincidevano con i desideri di Turgon il quale alla fine respinse le esortazioni di Ulmo, ne rifiutò il consiglio(…) Notizie furono arrecate da Thorondor, Signore delle Aquile, circa la caduta di Nargothrond e poi circa l’uccisione di Thingol e di Dior suo erede, nonchè sulla rovina del Doriath; ma Turgon si tappò le orecchie alle ominose voci del mondo esterno, giurando di mai marciare al fianco di qualsivoglia figlio di Feanor; e proibì alle sue genti di superare mai più la cerchia delle alture”. 

Rispetto alla scelta di Thingol e di Orodreth( di cui parleremo tra poco), quella di Turgon è a posteriori: egli è venuto a sapere delle tragedie accadute ai due Re, ma nonostante sappia la verità e la veda davanti agli occhi, non vuole vederla, innamorato com’è dell’opera delle sue mani, delle ricchezze di Gondolin, della certezza del potere che ha in quella città. Ascoltare i consigli di Tuor e Ulmo vorrebbe dire abbandonare tutto: le ricchezza, la magnificenza, il potere sicuro nelle sue mani, per un lungo viaggio di cui il Re vede l’inizio ma non la fine. Turgon è arrivato ad essere superbo e ad amare il potere in sè stesso, sembra dirci Tolkien, e questo non può portare che alla rovina e alla distruzione. Pochi si salveranno dalla rovina di Gondolin, e Turgon ha una doppia responsabilità: molte persone sono morte a causa della sua scelta egoistica, dettata da una apparente saggezza prudente, che però sfocia nella cecità e nella follia, ed è anche responsabile della perdita di molte di quelle bellezze di Gondolin a causa delle quali ha rifiutato di partire: se ne sarebbero potute salvare molte di più.

La saggezza egoistica che contraddistingue Orodreth è leggermente diversa dalle altre due, perchè sfocia in due diverse direzioni: la prudenza estrema, in un primo momento, e in una audacia imprudente, su consiglio di Tùrin Turambar, che porterà il Nargothrond alla rovina.

Orodreth è un Re debole, molto diverso dagli altri due : è una figura che ha assunto il potere solo a causa della morte di Felagund, e la sua maggiore preoccupazione, all’inizio, è quella di “non fare danni”: la tattica della guerriglia, già usata da Finrod, con lui diventa un vero e proprio immobilismo: pochissimi colpi verso il nemico, ma senza scoprirsi troppo, nel tentativo di conservare la propria terra così com’è. Per questo, rifiuta anche lui, come Thingol, di mandare truppe alla Battaglia delle Lacrime, sia per la diffidenza verso i figli di Feanor- nel suo regno, Celegorm e Curufin avevano fatto parecchi danni per così dire “politici” ( vedi l’articolo su Celegorm e Curufin)- sia per la prudenza che contraddistingueva da sempre il Nargothrond: insomma, anche per Orodreth contava prima di tutto il proprio regno.

In più, come leggiamo ne I figli di Hùrin, Orodreth era un fedele seguace della visione politica di Thingol, quella della saggezza egoistica:

“Però Orodreth, Re di Nargothrond, non era disposto a cambiare parere. In ogni cosa seguiva Thingol, con il quale scambiava messaggi per vie segrete; ed era un saggio signore, essendo la sua saggezza propria di coloro che hanno cura soprattutto del proprio popolo, e nutriva il desiderio  di conservarne più a lungo la vita e i beni nonostante le brame del Nord. Ragion per cui, non consentì a nessuno della sua gente di andare da Tùrin”.

Qui vediamo come, con il suo solito stile “non detto”, Tolkien ci dipinga impietosamente Orodreth: un sovrano suo malgrado, sempre pronto ad andare dietro a chi è più autorevole di lui. In questo caso, segue Thingol, condividendo la stessa idea di saggezza per la conservazione.

Ma non è un sovrano che riesca a mantenere sempre la stessa idea, se qualcuno è in grado di fargli cambiare opinione.

Le cose, infatti cambiano, con l’arrivo diretto di Tùrin: Orodreth si convince a praticare una guerra aperta. Una scelta che avrebbe pagato qualche decennio prima, ma che ora, con la caduta di molti regni, è un suicidio.

Questo, tra le righe, dicono i due messaggeri elfici inviati da Cìrdan dei Porti, Gelmir e Arminas, latori di messaggi da parte di Ulmo, esattamente come Tuor: essi cercano di mettere in guardia Orodreth, ma questi, esattamente come Turgon, è ormai innamorato del proprio potere e del proprio orgoglio, e per lui è molto più semplice ascoltare Tùrin piuttosto che i due Elfi messaggeri:

“Ascolta allora le parole del Signore delle Acque il quale ha così parlato a Cìrdan il Carpentiere: “il male del Nord ha contaminato le sorgenti del Sirion(…) Dì pertanto al signore del Nargothrond: serra le porte della fortezza e non uscirne. Getta le pietre del tuo orgoglio nel fiume fragoroso, sì che nessuna strisciante sciagura riesca a scovarne l’uscio”.

Parole sagge, ma che Orodreth rifiuta, considerando saggio piuttosto, in questo caso, seguire i consigli di Tùrin, che egli teneva ormai in grande considerazione;  le pietre del suo orgoglio rimarranno al loro posto, e quella sarà la rovina del  Nargothrond.

Tutti e tre i re degli Elfi, in vari modi, pensano solo alla conservazione dello status quo, in qualsiasi forma: ma tutto questo, ci dice Tolkien, porta all’imbalsamazione, e nulla può essere conservato in questo modo, perchè la salvezza sta nel guardare il mondo per come è,  e non per come vorremmo che fosse.

Le due facce di Tom Bombadil

Tom Bombadil è senza dubbio il personaggio più enigmatico di tutti, nell’ambito delle storie Tolkieniane, e ogni lettore si è interrogato sulla sua identità, i suoi fini e il suo scopo all’interno del mondo della Terra di Mezzo.

Tolkien stesso non aveva certezze riguardo al personaggio: in risposta ai quesiti di alcuni lettori, nelle Lettere risponde o che se l’era “trovato lì”, in quanto residuo della vecchia concezione del romanzo come seguito de Lo Hobbit, oppure che si stesse sopravvalutando la questione: insomma, sembrava non dargli troppo peso, ma in realtà era la solita voglia di schermirsi di Tolkien, condita con la “tattica” di lasciare aperto il mistero, contribuendo così alla sensazione di profondità e di “livelli nascosti” delle sue storie.

Io credo, in realtà, che anche se non aveva le idee ben chiare sull’identità del personaggio- ma in fondo non è così importante- era invece perfettamente consapevole dei suoi “caratteri interni”, che ad una prima occhiata sono interamente positivi, ma che nascondono, invece, a chi sappia osservare bene alcuni momenti del personaggio, dei lati inquietanti e pericolosi.

Questa doppia natura di Tom Bombadil si può vedere nel rapporto che instaura con gli Hobbit: senza Tom, essi non sarebbero mai arrivati nemmeno a Brea, e la canzone di soccorso che insegna loro, mostra come egli si senta responsabile di tutti coloro che  attraversano i confini del suo territorio che egli , come ci spiega Gandalf durante il Consiglio di Elrond, “si rifiuta di oltrepassare”. Qui Tom sembra essere il custode di quella parte di natura, e probabilmente devono essercene altri come lui, in differenti luoghi; le bestie lo ascoltano, gli alberi della Vecchia Foresta obbediscono ai suoi ordini, e nemmeno gli Spettri dei Tumuli possono nulla contro di lui. Egli è Signore, come dice la sua dama, Bacccador, ma non è perchè è un Dio, in generale, come qualcuno ogni tanto ipotizza, ma per il fatto che egli si prende cura e governa quella specifica parte di territorio. I suoi poteri sul mondo sono decisamente limitati… ma all’interno del suo territorio è sicuramente una presenza benefica e autorevolissima.

Eppure, Tom Bombadil presenta degli aspetti inquietanti e per così dire “pericolosi”, quando viene a contatto con l’esterno. Possiamo vedere questo aspetto esplicato nei suoi rapporti con l’Anello.

La scena nella quale Tom quasi “gioca” con l’Anello, abbastanza strana e inquietante, non è mai stata sufficientemente esplorata, a mio avviso.

Ecco come si svolge:

“Tom annuiva, e quando gli sentì nominare i Cavalieri
Neri una luce balenò nei suoi occhi.
«Mostrami il prezioso Anello!», gli disse improvvisamente nel bel mezzo di un discorso; e Frodo, con sua enorme sorpresa, si tolse di tasca l’Anello e, sganciando la catenella, lo tese a Tom senza indugio.
Sulla sua grande mano scura parve ingrandirsi. Poi all’improvviso se lo mise all’occhio, e scoppiò a ridere. Per un attimo gli Hobbit videro l’immagine, comica e impressionante allo stesso tempo, del suo occhio blu intenso incorniciato da un cerchio d’oro. Quindi Tom infilò l’Anello alla punta del dito mignolo e lo accostò alla luce della candela. Da principio gli Hobbit non notarono niente di anormale, ma ad un tratto spalancarono stupefatti la bocca: Tom non accennava a scomparire!
Tom rise nuovamente, e poi fece roteare per aria l’Anello che, con un lampo, svanì. Frodo lanciò un grido, ma Tom si chinò verso di lui, consegnandoglielo con un sorriso.
Frodo lo osservò da vicino e con una certa diffidenza, come chi avesse prestato un gioiello a un prestigiatore. L’Anello era lo stesso, o perlomeno era quello il suo aspetto e il peso: quell’Anello infatti era sempre parso a Frodo stranamente pesante. Ciò nonostante, qualcosa lo spingeva a volersene accertare. Era forse leggermente seccato con Tom che prendeva tanto alla leggera quel che persino Gandalf considerava estremamente importante e pericoloso. Aspettò che la conversazione riprendesse e, mentre Tom raccontava una storia assurda sui tassi e le loro strane abitudini, colse l’occasione e s’infilò al dito l’Anello.
Merry si voltò verso di lui per dirgli qualcosa e sussultò, frenando a mala pena un’esclamazione di stupore. Frodo si sentì in certo qual modo soddisfatto: doveva essere davvero il suo Anello se Merry guardava la sedia istupidito, senza riuscire evidentemente a vederlo. Si alzò e, silenziosamente,
si allontanò dal camino dirigendosi verso la porta.
«Ehi tu!», gridò Tom, lanciandogli lo sguardo più penetrante dei suoi occhi luminosi. «Ehi! Vieni qui, Frodo! Dove te ne stai andando? Tom Bombadil non è ancora diventato tanto cieco da non vederti. Togliti quell’anello d’oro! La tua mano sta molto meglio senza. Torna qui! Lascia perdere i giochetti e siediti accanto a me! Abbiamo ancora tante cose da dirci, e dobbiamo pensare a domattina. Tom vi deve insegnare la strada giusta e impedire che i vostri passi vadano vagando senza meta».
Frodo rise, sforzandosi di sembrare compiaciuto, e togliendosi l’Anello tornò a sedersi accanto al fuoco”.

Questa parte della storia sembra quasi una parentesi, all’interno della stessa “nicchia fuori luogo” che contiene i capitoli dov’è presente Tom, e il rischio è che passi inosservata; eppure vediamo qui come Tom tratti con sufficienza e leggerezza un argomento come l’Anello. Perchè? Forse per un suo disprezzo verso Sauron, o perchè la cosa non lo riguarda, dato che è ben al di là del suo territorio?

Non lo sappiamo; ma quello che ci rimane impresso è che la reazione di Frodo, infastidita e anche un pò seccata- dato che non è un argomento da prendere alla leggera, visto che mette in ballo la stessa vita di Frodo- , concernente come ripicca il suo mettersi l’Anello al dito, per una volta non ci appare come una tentazione che vince Frodo, bensì come una risposta e uno scherzoso rimprovero a Tom, che, benchè saggio e “senza padre”, prende alla leggera qualcosa che per Gandalf, per esempio, è decisivo e pericoloso. Nonostante il rimprovero di Tom- “la tua mano sta molto meglio senza”- sia giusto, a noi suona come poco convincente, perchè chi ha provocato quell’atto di Frodo, è stato proprio Tom, con il suo giocare con l’Anello: il fatto che Tom non scompaia rimarrà sempre insoluto, lasciandoci con un migliaio di domande: come può Tom non sparire?

Domande insolute, ma la non-sparizione di Tom mi ha fatto sempre pensare a lui come appartenente al “popolo di Aule”, cioè a quel gruppo di Maiar che erano esperti di arte, creazioni, metalli e fabbricazione di manufatti unici e irripetibili, un popolo del quale pure Sauron faceva parte. Forse Tom, in questo modo, vuole mostrare a Sauron stesso che le sue arti sarebbero nulle, senza la sua appartenenza a quel popolo. Il problema è che mentre per Tom l’Anello è quasi un gingillo, per Frodo è un fardello e una condanna; e questo mostra la differenza tra un umano e un non-umano: il secondo non riesce minimamente a concepire le sensazioni che fanno parte dell’uomo, e gioca con ciò che ci tormenta.

Tom Bombadil, come tutte le nature non-umane, ha in sè sia aspetti meravigliosi che pericolosi, ed è per questo che Gandalf sconsiglia assolutamente di chiedere il suo aiuto per lottare contro Sauron:

«Ma sembrerebbe che nulla lo spaventi all’interno di quelle frontiere», disse Erestor. «Non Può egli prendere l’Anello e conservarlo lì, per sempre innocuo?».
«No», disse Gandalf, «non lo farebbe mai
volentieri. Soltanto, forse, se tutti i popoli liberi della terra lo supplicassero; e ciò nonostante egli non ne vedrebbe il motivo. E se l’Anello gli fosse consegnato, egli lo dimenticherebbe presto, o ancor più probabilmente lo getterebbe via. Simili cose non hanno presa nella sua mente, ed egli sarebbe un custode dei più pericolosi; credo che questa sia una risposta sufficiente».

Gandalf sembra essere quello che conosce Bombadil meglio di tutti, ed è consapevole sia delle sue qualità che della sua pericolosità come essere che va oltre l’umano: non gli si può affidare qualcosa che non ha presa sulla sua mente, e l’immagine d Tom Bombadil che sorride guardando l’Anello, e poi lo getta via, come prospettata da Gandalf, è obiettivamente inquietante.

Non sempre, sembra dirci Gandalf, ciò che è oltre l’uomo è meglio dell’uomo, in determinate situazioni.

Billy Felci , il parassita del crimine

Uno dei personaggi “grigi”, a metà tra la legalità e l’illegalità, del Signore degli Anelli è certamente Billy Felci, l’uomo di Brea, che incrocia la strada degli Hobbit in due diverse e cruciali occasioni; al momento della loro permanenza a Brea ne La Compagnia dell’Anello, e ne il Ritorno del Re, durante la breve guerra per la riconquista della Contea.

Un personaggio, questo, che la nostra realtà conosce bene: un parassita del crimine, oserei dire, cioè uno di quei micro criminali che spunta, proprio come un parassita, là dove la legalità tende a sfociare nell’illegale: Billy è uno di quegli uomini che è sempre pronto ad inseguire il proprio tornaconto, o ad accodarsi al padrone di turno per sfruttare i rivolgimenti della situazione locale per arricchire le sue tasche.

Il primo aspetto lo possiamo vedere durante il soggiorno degli Hobbit a Brea: dopo l’assalto dei Nazgul alla locanda, Frodo e gli altri rimangono senza pony, e l’unico che è disposto a venderli è proprio Felci, che da precedenti indagini di Aragorn sembra esser stato uno dei principali agenti/spie dei Nazgul a Brea, per seguire le mosse di “Baggins”.

Billy dimostra subito, qui, di essere molto sfrontato nel fare il proprio doppio gioco, incurante di essere stato proprio lui uno dei principali collaboratori della devastazione della locanda:

“Billy Felci?”, disse Frodo. “Che ci sia sotto qualcosa? Non credi che l’animale potrebbe a un certo punto piantarci in asso e tornarsene da Billy con tutta la nostra roba, o aiutarli a pedinarci, o chissà quale altra diavoleria?”. “Potrebbe darsi”, disse Grampasso. “Ma non riesco a immaginare che un animale torni di nuovo da lui, una volta che è uscito dalle sue grinfie. Penso che questo sia soltanto un ripensamento del gentile signor Felci: un modo come un altro per accrescere ulteriormente il suo utile in tutto quest’affare”.

Abbastanza lampante, qui, come Aragorn comprenda bene il personaggio in questione, il classico parassita criminale, sempre pronto ad “accrescere il suo utile”: un personaggio che è la migliore risposta a chi accusa Tolkien di creare personaggi bianchi o neri.

Nessun personaggio di Tolkien lo è, e Billy Felci è forse il personaggio più sgradevole di tutti, perchè vive continuamente al limite, in modo sfacciato; e la stessa descrizione fisica che ne dà Tolkien chiarifica questa sua vita precaria e squallida:

“Un altro individuo li guardava da dietro la siepe con aria strafottente. Aveva sopracciglia folte e nere, e occhi neri e sprezzanti; la grande bocca era storta da un ghigno; fumava una piccola pipa nera”.

Come ricordo degli Hobbit, si prenderà in testa una mela tiratagli da Sam; e il lettore sarà ben contento di essersene liberato. Ma, con grande sorpresa, lo ritroviamo alla fine del romanzo, in una situazione altamente drammatica, e la sua ricomparsa ci permette di cogliere degli aspetti ancora più pericolosi del personaggio: non solo Billy Felci è un’opportunista, che pensa sempre al proprio tornaconto, ma è anche un uomo pronto ala violenza, alla sopraffazione e all’abuso sulla gente inerme e indifesa, appena trova un padrone, come Saruman, che gli permette di comportarsi come vuole; in più, comprendiamo come probabilmente Billy fosse un agente di Saruman già a Brea, e stesse preparando il terreno, assieme all’uomo senza nome “del Sud”, all’invasione della Contea.

Ma vediamo l’incontro con i quattro Hobbit:

Dalla casa più grande, sulla destra, emerse una grossa e pesante figura, nera contro la luce della porta. “Che cosa significa tutto ciò?”, ringhiò, mentre si avvicinava. “State violando il cancello, eh?Filate, o romperò i vostri luridi piccoli colli!”. Poi si fermò, poichè aveva intravisto lo scintillare di spade.

Billy Felci”, disse Merry, “se non apri quel cancello entro dieci secondi, te ne pentirai. Avrai a che fare con la mia spada, se non obbedisci. E quando avrai aperto i cancelli, ne uscirai e non tornerai mai più. Sei un bandito e un predone”. Billy Felci indietreggiò, poi si avvicinò al cancello e lo aprì. “Dammi la chiave!”, disse  Merry.

Ma il bandito gliela tirò in testa e si precipitò fuori nell’oscurità. Quando passò accanto ai cavalli, uno di essi gli sferrò un calcio, colpendolo mentre correva. Egli scomparve con un grido nella notte, e non se ne seppe mai più nulla.

“Bel lavoro, Bill”, disse Sam.

Queste poche righe, a mio avviso, mostrano la grande abilità di Tolkien di condensare, in poco spazio, il dramma, la caratterizzazione di un personaggio e tutti gli intrecci che lo contraddistinguono: vediamo l’arroganza di Billy, il suo farsi bullo,  il suo credere di poter spadroneggiar con i bastoni su degli Hobbit impotenti, la sua paura nel vedere della spade, la vigliaccheria che lo porta a fuggire, la giustizia incarnata dal pony Bill che riconosce il suo antico e detestato padrone, e gli sferra un calcio mentre costui fugge in modo vergognoso, appena si accorge di avere a che fare con qualcuno che non si limita a prendere bastonate, ma che è ben deciso a farla finita con un bandito e un predone.

Billy è un vigliacco, come tutti quelli che, con metodi squadristi- e Felci e gli altri uomini di Saruman sembrano un incrocio tra i fascisti e la bande di Clodio e Milone dell’antica Roma- si fanno avanti nel mondo, fugge rovinosamente appena qualcuno reagisce con prontezza e decisione.

Non sappiamo che fine faccia, ma il mistero sulla sua fine è una giusta conclusione per uno come lui, destinato all’oblio, quando l’oscurità si allontana.

Perchè è solo nei momenti oscuri che i Billy Felci possono diventare qualcuno.