Il primo incontro tra gli Uomini della Terra di Mezzo e i Numenoreani: alle origini di Halbrand?

I Racconti Incompiuti, per quanto riguarda la storia dell’intera Terra di Mezzo, sono una perenne fonte di informazioni che permettono di scoprire, ad ogni rilettura, particolari interessanti e sorprendenti.

In questo caso, vorrei soffermarsi su una.. nota del racconto di Aldarion ed Erendis, la nota 3, relativa ai primi viaggi dei Numenoreani nella Terra di Mezzo. Qui viene inserita una parte di un affascinante saggio filologico nel quale si descrive il primo incontro tra i Numenoreani e gli Uomini della Terra di Mezzo, una delle tante “storie inesplorate” della Seconda Era, centro della serie tv Gli Anelli del Potere.

Verso il 60 della Seconda Era, le navi numenoreane sbarcarono nella Terra di Mezzo, e i loro capitani strinsero amicizia con Gil-Galad, il re elfico del Lindon.

La notizia del loro arrivo “si diffuse rapidamente, e nell’Eriador gli Uomini furono pieni di meraviglia. Sebbene durante la Prima Era fossero vissuti all’Est, erano giunti alle loro orecchie voci della terribile guerra (…) ma nelle loro tradizioni non ne restava chiara traccia, ed essi ritenevano che tutti gli Uomini viventi in quelle remote terre fossero stati sterminati o travolti da grandi eruzioni accompagnate da incendi e maremoti”. Insomma, credevano di essere gli unici Uomini rimasti al mondo, e quando seppero dell’arrivo di questi Uomini furono convinti che fossero loro perduti parenti e chiesero a Gil-Galad il permesso di incontrarsi con quei marinai.

Allora avvenne quello storico incontro, “sui Colli Torrioni; ma vi parteciparono solo dodici Uomini dell’Eriador, tutti di grande coraggio e fermezza, perchè gran parte della loro gente temeva che i nuovi venuti fossero pericolosi spiriti dei Morti. Ma, quando ebbero di fronte i marinai, la paura li lasciò, sebbene per qualche istante restassero silenziosi, in reverente rispetto; chè, per quanto essi stessi fossero considerati possenti tra i loro simili, i marinai sembravano più signori elfici che Uomini mortali per aspetto e veste”. Ma non ebbero dubbi sulla loro parentela. I Numenoreani, da parte loro, “guardarono con lieta sorpresa gli Uomini della Terra di Mezzo perchè in Nùmenor si era creduto che quelli ivi rimasti fossero discendenti degli Uomini perfidi che, negli ultimi giorni della guerra contro Morgoth, erano stati da questi fatti venire dall’Est”.

Questi Uomini, invece, si dimostrarono parecchio diversi, volti “non adduggiati dall’Ombra, Uomini che avrebbero potuto benissimo vivere a Nùmenor e che non apparivano estranei se non per gli abiti e le armi”. Cercarono di parlarsi, dandosi reciprocamente parole di benvenuto. All’inizio non si capirono, e rimasero delusi; ma, “quando si furono amichevolmente mescolati, constatarono di avere in comune molte parole ancora chiaramente riconoscibili e altre per capire le quali bastava un pò di attenzione, e furono così in grado di conversare, sia pure stentatamente e solo di cose semplici”. Un passo a mio parere bellissimo, che mostra come in Tolkien l’incontro, la comprensione, il dialogo nascano sempre dal tentativo di trovare parole comuni in lingue da lungo tempo separate a causa degli eventi storici.

Un breve passo che come sempre spalanca squarci di storia, ma è interessante anche in relazione alla serie Tv Gli Anelli del Potere, dato che Halbrand, uno dei personaggi Umani inventati per la serie, arriva a Nùmenor dalla Terra di Mezzo, e una delle ipotesi più attendibili indica la sua provenienza proprio dall’Eriador.

Che gli sceneggiatori si siano ispirati a quei dodici uomini che incontrarono i Numenoreani? Non lo sappiamo con certezza, ma è un’ipotesi affascinante e credibile, a parer mio, dato che il passo sembra implicare che qualcuno di quei dodici sia stato invitato ad andare a Nùmenor ad apprendere cultura e uso delle armi, visto che i Dunedain pensavano che avrebbero potuto “benissimo vivere a Nùmenor”. E Halbrand si trova proprio a Numenor, a un certo punto. In una immagine promozionale lo vediamo indossare una armatura di Numenor e nel teaser esercitarsi al combattimento. Sarebbe una scelta molto intrigante, che parte dai testi per dare concretezza al mondo della Seconda Era.

Galadriel, l’amazzone dei Noldor

L’uscita imminente della serie TV Amazon The Rings of Power sta facendo aumentare le discussioni sui personaggi coinvolti, alcuni dei quali vengono accusati di essere “sbagliati” nella rappresentazione della serie ( di cui ancora non abbiamo visto nemmeno una puntata, per inciso…).

Uno dei personaggi della serie più criticati è Galadriel, intepretata da Morfyyd Clark: le foto in armatura o comunque in atteggiamento attivo- come scalare una parete di ghiaccio, o esplorare una caverna- sono state subissate di critiche, e gli sceneggiatori vengono accusati di aver “tradito” Tolkien.

Ma è davvero così?

Al netto di una ovvia semplificazione che un prodotto cine-televisivo fa sempre, riguardo ai personaggi di un libro, però va detto che queste critiche dimostrano una scarsa attenzione ai testi di Tolkien stesso, ed una mancata riflessione sull’evoluzione naturale che ha un personaggio.

La Galadriel della Terza Era che conosciamo è una donna che ha ormai dato addio ai suoi desideri di potere e controllo, come ho già scritto in un precedente articolo ( “Galadriel e il lento addio al potere”), ma per arrivare a quel punto ci sono volute due Ere del mondo, e come dice Galadriel stessa alla Compagnia, “una lunga sconfitta”. Ma com’era Galadriel, prima? In che modo la descrive Tolkien? Partiamo dal Professore, come bisognerebbe sempre fare; e facendo così ci si può accorgere che Galadriel, nelle ere precedenti, era tutto tranne che “una Dama elfica dalla dolce voce morbida e triste“.

Nei Racconti Incompiuti, per esempio, nella sezione “Circa Galadriel e Celeborn”, apprendiamo che “Persino dopo lo spietato assalto contro i Teleri e il furto delle loro navi, sebbene lottasse furiosamente contro Feanor in difesa del lignaggio di sua madre, non si decise al ritorno: vi si opponeva il suo orgoglio, il perdono le sarebbe parso una sconfitta; in compenso, ardeva ormai dal desiderio di seguire Feanor, armata di tutta la sua ira, in qualsiasi terra andasse e di mettergli i bastoni tra le ruote con ogni mezzo. Era ancora l’orgoglio a muoverla quando, alla fine dei Tempi Remoti, dopo la definitiva sconfitta di Morgoth, respinse il perdono concesso dai Valar a tutti coloro che avessero combattuto verso di lui, e rimase nella Terra di Mezzo”.

Insomma, Galadriel, durante il Fratricidio di Alqualonde tra Elfi ed Elfi non si limita ad andarsene dalla Terra di Mezzo, ma difende “furiosamente” la sua famiglia attaccata dai Feanoriani. Ed è evidente che questa difesa è stata compiuta combattendo; d’altronde, come leggiamo nella History of Middle Earth, il combattere, tra gli Elfi, era una un’attività che anche le donne compivano. Non c’erano attività maschili o femminili, tra gli Eldar.

Ovvio che Galadriel non è certo Xena…. ma quando c’era da combattere, non si tirava indietro. Anche il suo atletismo la favoriva, in questo: “il suo nome materno era Nerwen ( ragazza-uomo), ed essa crescendo raggiunse una statura insolita persino per le donne dei N0ldor; era forte di corpo, di mente e di volontà, capace di tener testa sia ai sapienti che agli atleti degli Eldar ai tempi della loro giovinezza”. Insomma, Galadriel era una vera atleta!

Se non bastasse questa descrizione, Tolkien stesso, nella lettera 349 a Catharine Findlay del 6 Marzo 1973, spiega che “in quell’epoca era un’amazzone per indole e quando partecipava alle competizioni atletiche si raccoglieva i capelli come una corona”. Descrizione che ho sempre trovato bellissima ed emozionante, dona un senso estremo di verosimiglianza.

Galadriel, quindi, ha avuto una normale evoluzione, come tutti, nella sua vita; addirittura nei Racconti Incompiuti la vediamo in qualche modo assumere le vesti di un vero e proprio comandante di eserciti, perchè “guardava inoltre ai Nani con occhio da comandante militare, nel senso che vedeva in loro i migliori guerrieri da contrapporre agli Orchi”.

Come si vede, un personaggio complesso, tutt’altro che la donna angelicata dei romanzi cortesi; una figura contraddistinta sì da gentilezza, lungimiranza e bontà, ma anche da orgoglio, combattività e desiderio di domini suoi nella Terra di Mezzo, come leggiamo nel Silmarillion, tanto è vero che, quando lei e Celebrimbor ebbero la possibilità di distruggere gli Anelli del Potere, “non seppero trovarne la forza”.

Insomma, Galadriel ha avuto un lungo percorso, prima di arrivar ad essere la Dama di Lòrien, un percorso complesso e pieno di contraddizioni.

Un personaggio a tutto tondo e assolutamente moderno.

La Terra di Mezzo, un mondo di orfani

Tra le varie caratteristiche che contraddistinguono il mondo subcreato da J.R.R Tolkien, ce n’è uno che merita particolare attenzione e che non viene molto spesso indagato: la perdita dei genitori, in tenera età, da parte di moltissimi protagonisti delle storie tolkieniane. Un aspetto, questo, presente sia nel Signore degli Anelli che nel Silmarillion, e persino ne Lo Hobbit ( benchè accennato di sfuggita).

Un particolare che certamente riflette anche l’esperienza personale del Professore: egli, infatti, perse il padre nel 1896, all’età di quattro anni; poi, quando di anni ne aveva 12, perse anche la madre, Mabel, nel 1904. Due traumi, come si vede, subiti molto presto nella vita, e che non possono non averlo influenzato nella sua visione del mondo: ma qui preme notare come questi due tragici eventi abbiano contribuito a plasmare le storie della Terra di Mezzo. Infatti, come detto, un gran numero di personaggi chiave delle storie subisce almeno la perdita di un genitore, e spesso di entrambi, e quest’evento, molte volte, plasma pure le azioni che questi personaggi andranno a compiere; anzi, si può presupporre che senza quest’evento tragico, le azioni dei personaggi in questione avrebbero preso tutt’altra strada.

Vediamo qualche esempio, più significativo di altri, per gli sviluppi che il lutto porterà.

Orfani nel Silmarillion

Il primo esempio che spicca, per importanza, lo troviamo nel Silmarillion: Finwe perde la prima moglie, Miriel, a causa della nascita di Feanor, e sposa Indis: Feanor, figlio unico, non accetterà mai questo secondo sposalizio, e i suoi rapporti con i fratellastri Fingolfin e Finarfin saranno burrascosi anche a causa di questo sentimento: Feanor vedrà sempre Indis e i suoi figli quasi come degli estranei, e la divisione tra i Noldor , pur scatenata da cause di tutt’altro genere, può essere fatta risalire anche a quella perdita, unica tra gli Elfi, che scavò un solco profondo nel cuore di Feanor.

Un secondo esempio tratto dal Silmarillion può essere certamente quello relativo a Maeglin, figlio di Aredhel di Gondolin, sorella di Turgon, e Eol, l’Elfo Scuro di Nan Elmoth: ebbene, già la nascita stessa di Maeglin è avvolta da ombre inquietanti, visto che Eol, di fatto, violenta Aredhel; ma il momento decisivo per la caratterizzazione di Maeglin avviene quando Eol, colto da rabbia e follia, uccide Aredhel , postasi a difesa di Maeglin, e viene a sua volta ucciso, gettati dalla rupe del Caragdur.

Questo doppio lutto, avvenuto tra l’altro in circostanze drammatiche e concitate, ha un’influenza enorme su Maeglin: in lui, da quel momento, brucia un fuoco colmo di risentimento e dolore- “ un frutto attossicato del Fratricidio”, dice Tolkien- che alla lunga lo porterà, dopo aver compreso il rifiuto di sua cugina Idril  per lui, al tradimento nei confronti della città e della sua stessa gente, che porterà alla caduta di Gondolin.

Orfani nel Signore degli Anelli

Nel Signore degli Anelli di esempi ce ne sono tantissimi, ma vorrei citarne tre in particolare che, a mio avviso, indirizzano gli eventi futuri legati a quegli specifici personaggi.

Il primo esempio riguarda naturalmente il Portatore dell’Anello, che perde entrambi i genitori, Primula e Drogo, durante quella tragica gita in barca sul Baranduin, e che si ritrova dapprima “prigioniero” nella dimora della famiglia della madre, Brandy Hall, in mezzo a tutti quei parenti adulti, e poi viene adottato dal cugino Bilbo ( anch’egli, tra l’altro, senza più genitori): ebbene, la vita di Frodo, a causa della perdita dei suoi, cambia radicalmente, perché l’adozione da parte di Bilbo lo fa entrare nella grande Storia della Guerra dell’Anello. Chissà cosa sarebbe accaduto alla Terra di Mezzo, senza quel tragico evento?

Un altro esempio riguarda, senz’ombra di dubbio, Aragorn, che perde il padre, Arathorn, a soli due anni, e che viene quindi accolto ed ospitato ad Imladris: lì finirà per accumulare conoscenze che forse non avrebbe accumulato, se fosse vissuto esclusivamente con la sua gente: e sarà ad Imladris che conoscerà Arwen, e intreccerà il suo destino con quello della stirpe Primigenia. Successivamente, perderà anche la madre Gilraen, in un momento molto importante: proprio alla vigilia dei grandi eventi che lo avrebbero condotto incontro al suo destino. Un senso di perdita costante aleggia intorno ad Elessar, che forse, proprio per questo motivo, ha sempre avuto una grande attenzione nei confronti degli altri, ben consapevole della fragilità dell’esistenza.

Da notare il grande legame, a mio avviso non casuale, che si instaura tra lui e Frodo, entrambi orfani, che trovano, specularmente, due genitori sostituivi in Bilbo ed Elrond- anch’egli senza più genitori fin da tenera età- e soprattutto una figura genitoriale in comune: Gandalf.

L’ultimo esempio che vorrei portare è quello di cui si sa di meno, riguardo alla modalità della perdita: Smeagol.

Dei suoi parenti non sappiamo niente: l’unico che conosciamo, vagamente, è la nonna, un vero e proprio capofamiglia. Gollum non nomina mai i suoi genitori, e viene da pensare, anche se non ci sono certezze in merito, che li abbia persi in tenera età, e che sia vissuto sempre con la nonna, una donna severa e autoritaria, a giudicare dai pochi accenni fatti dalla miserabile creatura. Chissà, se non avesse perso entrambi i genitori, forse il carattere e le scelte di Smeagol sarebbero stato diversi.

Ma questo, purtroppo, non lo sapremo mai.

Tolkien “razzista”? Una teoria senza fondamento alcuno

Con l’uscita del teaser trailer di The Rings of Power e la conferma della presenza di Arondir e Disa, un guerriero elfico e una principessa dei Nani interpretati dall’attore portoricano Ismael Cruz-Cordova e dall’attrice di origine africana Sophia Nomvete, è tornata in auge la polemica, per noi Tolkieniani priva di ragion d’essere, riguardo a “Tolkien razzista o no?”, assieme al dibattito, abbastanza feroce, sulla “tradizione dei testi da rispettare”: il risultato è che, come accade purtroppo spesso, Tolkien viene trascinato da una parte e dall’altra, nel tentativo di vincere questa “disputa” attraverso le sue parole, ricercate e prese come o “verità assoluta” o come prova di un presunto razzismo.

Un atteggiamento che chi scrive trova non solo nocivo per la comprensione e lo studio dell’opera del Professore, ma anche abbastanza stancante.

Tolkien era razzista? La risposta è un grande no

Durante la sua vita, Tolkien ha dato grande prova di sensibilità verso certi temi, rifiutando più e più volte le teorie razziste: oltre all’ormai famoso discorso di commiato all’Università di Oxford, nel quale arriva a dire “odio l’apartheid fin nelle mie ossa”, è notissimo l’episodio della famosa lettera di risposta alla casa editrice tedesca Rutten and Leoning, la quale gli aveva chiesto, prima di approntare una traduzione tedesca de Lo Hobbit, se egli fosse di origine ariana. La risposta di Tolkien, oggi, è diventata celebre, ma io vorrei sottolineare il modo in cui smonta le teorie naziste sulla “razza ariana” con una frase lapidaria eppure elegantissima: “Temo di non aver capito chiaramente cosa intendete per arisch. Io non sono di origine ariana, cioè indo-iraniana; per quanto ne so, nessuno dei miei antenati parlava indostano, persiano, gitano o altri dialetti derivati. Ma se volevate scoprire se sono di origine ebrea, posso solo rispondere che purtroppo non sembra che tra i miei antenati ci siano membri di quel popolo così dotato”.

Se non bastasse tutto questo, c’è anche quell’interessante passo presente nella lettera 294, nella quale il Professore si “scaglia” abbastanza infastidito sull’opinione che la Terra di Mezzo sia esclusivamente “nordica”: “”Non nordica, per favore! E’ una parola che personalmente non sopporto: è associata, anche se ha origini francesi, alle teorie razziste. Geograficamente, settentrionale va di solito meglio. Tuttavia, un’analisi dimostrerà che anche questa è inapplicabile, geograficamente e spiritualmente, alla Terra di Mezzo”.

Insomma, Tolkien esplica con notevole chiarezza il suo rifiuto del razzismo, ma è nella stessa Terra di Mezzo che si può notare il suo rifiuto delle concezioni che creano odio e barriere tra i popoli, dimostrando in questo modo la grande inclusività della Terra di Mezzo.

L’esempio che viene in mente a chiunque abbia letto Il Signore degli Anelli  riguarda la grande amicizia tra l’Elfo Legolas e il Nano Gimli, che da una diffidenza iniziale, dovuta a lotte terribili del passato tra Elfi e Nani, diventano grandi amici, così com’era successo un’Era prima tra il Nano Narvi e l’Elfo Celebrimbor; ma c’è un altro episodio, nel Signore degli Anelli, che non solo mostra la condanna, da parte di Tolkien, di ogni politica d’odio e sopraffazione, ma anche l’importanza e il protagonismo delle genti considerate da molti “selvagge” ed inferiori: stiamo parlando del decisivo aiuto che gli Uomini Selvaggi dell’Anòrien portano ai Rohirrim in viaggio verso MinasTirith.

Senza il loro aiuto, e soprattutto quello del loro capo, Ghan-Buri-Ghan, Rohan sarebbe arrivata troppo tardi e non ci sarebbe stata nessuna battaglia dei Campi del Pelennor.

Inoltre, questi Uomini Selvaggi sono ritratti in maniera davvero particolare: a chi scrive sono sempre sembrati un incrocio letterario tra gli Uomini di Neandhertal, gli Aborigeni Austrialiani e i  Nativi Americani, soprattutto nel loro modo di esprimersi. Tolkien non li descrive mai con atteggiamento di superiorità, anzi: c’è in lui grande rispetto ed attenzione nel tratteggiare il vecchio Ghan: e il Professore si dimostra consapevole delle sofferenze che popoli simili possono subire o aver subito nella loro storia. Infatti, quando Thèoden promette a Ghan una grande ricompensa per il loro aiuto, il vecchio Uomo Selvaggio risponde con parole molto fiere, impossibili da dimenticare per il lettore: “Ma se vivete dopo l’Oscurità, allora lasciate tranquilli Uomini Selvaggi in boschi e non cacciateli più come bestie».

Credo non ci sia risposta migliore a chi continua a sostenere che Tolkien fosse razzista.

Finrod Felagund, l’amico degli Uomini

Sappiamo con certezza che la serie Amazon The Rings of Power presenterà dei flashback nei quali si vedrà il rapporto tra Galadriel e uno dei suoi fratelli, probabilmente il più amato, Finrod, conosciuto nel Silmarillion anche come Felagund, Scavatore di Caverne nella lingua dei Nani dei Monti Azzurri, i quali lo aiutarono a costruire la dimora della quale divenne il signore, Nargothrond, sita nelle caverne del fiume Narog, nell’antico Beleriand.

Finrod era detto il Fedele, per la sua costanza nell’amicizia e nel rispetto dei patti: ma questa sua caratteristica la vedremo più avanti.

L’altra sua caratteristica è la sua amicizia con gli Uomini: anzi, Finrod fu il primo Elfo della Luce ad aver incontrato gli Uomini. Possiamo leggere di quest’incontro nel Silmarillion, e in particolare nel capitolo 17, “Della venuta degli Uomini nell’Occidente“. Finrod si avventura in un solitario vagabondaggio, durante la Prima Era, e giunge nell’Ossiriand. Qui vede dei cantori che usano una lingua mai udita prima. “E Felagund, standosene in silenzio nelle ombre notturne degli alberi, guardò il campo sottostante, ed ecco che scorse strane genti. Ora si trattava di un gruppo di consanguinei e seguaci di Beor il Vecchio, come venne chiamato in seguito, un capo degli Uomini”.

Finrod incontra gli Uomini durante il loro primo grande esodo verso l’ovest della Terra di Mezzo; e qui Tolkien inserisce una delle scene più belle della sua opera ( molte tra le più belle coinvolgono proprio Finrod, evidentemente uno dei più amati anche dal Professore): “A lungo Felagund stette a guardarli, e nel suo cuore nacque amore per essi; rimase però nascosto tra gli alberi, finché tutti non furono piombati nel sonno. Andò allora tra i dormienti e si sedette accanto al loro fuoco morente, che nessuno vigilava; e, dato di piglio a una rozza arpa che Bëor aveva deposto, intonò una musica che le orecchie degli Uomini mai avevano udito, poiché non avevano ancora avuto maestri in quell’arte, salvo soltanto gli Elfi Scuri nelle terre selvagge. Ed ecco, gli Uomini si svegliarono e stettero ad ascoltare Felagund che toccava l’arpa e cantava, e ciascuno di loro pensò di essere in un bel sogno”.

Questo fu il primo incontro tra Elfi e Uomini, e Finrod divenne loro grande amico: gli Uomini lo chiamarono Nòm, cioè Sapienza nella loro lingua.

Un grande legame si instaurò tra Finrod e gli Uomini, quasi un destino, si può dire: la prova di questo ci fa tornate alla sua caratteristica di fedeltà e rispetto dei patti. Infatti, durante la terribile battaglia della Dagor Bragollach, una vera disfatta per Elfi e Uomini, Finrod e pochi dei suoi vennero circondati dagli Orchi nella Palude di Serech. E “sarebbe stato annientato o catturato, non fosse stato per Barahir che giunse al soccorso con i più valorosi tra i suoi, i quali gli fecero attorno un muro di lance; e si aprirono un varco sia pure a prezzo di gravi perdite. Così Felagund la scampò (..) giurò tuttavia di prestare aiuto e soccorso a Barahir e a quelli del suo sangue in ogni momento di bisogno, e in pegno di tale promessa diede il suo anello a Barahir”.

Finrod giura, quindi, e quell’anello che dà in pegno a Barahir altri non è che l’anello che giungerà fino ad Aragorn. Ma questa è un’altra storia.

Finrod rispetterà quella promessa, perchè quando il figlio di Barahir, Beren, giungerà nel Nargothrond chiedendo aiuto per conquistare uno dei Silmaril, Felagund non esiterà nell’aiutarlo, nonostante l’opposizione del suo popolo, “fomentato” dai figli di Feanor, Celegorm e Curufin, ovviamente contrari a causa del loro terrificante giuramento che implicava di perseguire chiunque tentasse di prendere quei gioielli che essi consideravano loro proprietà.

Le parole di Finrod, in risposta a questo, sono fierissime: “Potete infrangere i vostri giuramenti di fedeltà nei miei confronti, ma io devo mantenere la mia promessa”. Alla fine, qualcuno ne convinse, e insieme partirono con Beren.

Un Elfo d’onore, Finrod; e quella fu la sua ultima grande promessa, perchè come leggiamo nel Silmarillion, venne ucciso nelle segrete di Sauron assieme a tutti i suoi compagni, tranne Beren. Ed è qui che vediamo ancora una volta il grande coraggio e senso dell’onore di Finrod: quando tutti erano stati uccisi dal Mannaro di Sauron, Finrod si sacrificò per salvare la vita di Beren: “Felagund fece appello a tutte le sue forze e spezzò i legami, e lottò con il mannaro che che uccise con le mani e i denti; ma anch’egli restò ferito a morte(…) In tal modo Re Finrod Felagund, il più nobile e il più amato della casa di Finwe, mantenne il proprio giuramento; Beren però pianse disperato sul suo corpo”.

Se Beren pianse così, possiamo immaginarci il dolore di Galadriel, ancora più forte e straziante.

Ma la storia non finisce qui: perchè Beren e Luthien alla fine sconfissero Sauron, e seppellirono il corpo di Finrod con tutti gli onori “sulla cima del colle dell’isola che era stata sua e che era tornata monda; e la verde tomba di Finrod, figlio di Finarfin, il più nobile di tutti i principi degli Elfi, restò inviolata finchè la terra non fu cangiata e sconvolta, travolta da mari tempestosi. Ma Finrod s’aggira con Finarfin suo padre sotto gli alberi di Eldamar”.

Le tre Regine regnanti di Nùmenor

Nùmenor è stata patria di grandi Re, nel bene e nel male, ma non solo: Tolkien, nei Racconti Incompiuti, ci racconta anche delle tre Regine regnanti di Nùmenor. Dico tre, sebbene ve ne sia una quarta, Tar-Mìriel, la quale però venne sposata a forza da Ar-Pharazon e non esercitò mai per davvero il suo ruolo. Prima di lei, però ci furono tre effettive Regine, le quali dimostrarono molta forza e autorevolezza, ma al contempo, esattamente come i colleghi maschi, denotarono orgoglio e autoritarismo, altro segno dell’incipiente decadenza di Nùmenor.

Ma vediamo le loro tre vicende.

La prima in ordine cronologico è Tar-Ancalime, quella che conosciamo meglio, perchè la sua vicenda è raccontata anche nel bellissimo racconto Incompiuto Aldarion ed Erendis: Ancalime, infatti, è figlia dei due, e, a causa dei dissapori tra i genitori, eredita dalla madre quella voglia di distaccarsi dal gran mondo della casa regnante- almeno da giovane- e dal padre un certo autoritarismo.

In questo racconto, infatti, leggiamo che “si cominciò a parlare di lei come di Emerwen Aranel, la Principessa Pastora. Per sottrarsi ai corteggiatori importuni, Ancalime, aiutata dalla vecchia Zamin, si nascose in una fattoria ai confini delle terre di Hallatan di Hyarastorni, dove visse per un certo periodo appunto come una pastora”.

Alla fine si sposò, per le insistenze del Consiglio della corona, ,ma “non aspirava all’amore, nè desiderava un figlio (….) Non permetteva a nessuna delle sue donne di sposarsi”.

Insomma, era “in guerra” contro gli uomini, ma non solo: dopo la morte del padre “ne abbandonò la politica e non fornì più nessun aiuto a Gil-Galad”.

Fu il sovrano che regnò più a lungo di tutti dopo Elros: ben 205 anni.

La seconda Regina è Tar-Telperien, che visse tra il 1320 e il 1731 della Seconda Era ( date significative anche per la serie Tv Amazon The Rings of Power…) e “non volle sposarsi. Per tale motivo, dopo di lei lo scettro passò a Minastir, figlio di Isilmo, secondogenito di Tar-Sùrion”. Una regina di cui non si sa molto, ma nemmeno lei inviò aiuti agli Elfi e si chiuse in un notevole isolazionismo, tanto che Tar-Minastir, futuro Re, andò in soccorso di Gil-Galad ed Elrond senza il suo permesso.

Infine, la terza Regina: Tar-Vanimelde, che visse tra il 2277 e il 2637. Qui siamo dopo Tar-Ancalimon, il Re che iniziò il processo di decadenza, quindi Vanimelde crebbe nella corte del nonno e dovette assistere ad una pesante frattura tra chi amava gli Elfi e chi iniziava a contestarli. Si può spiegare forse così quel suo disinteresse per il potere e il governo, e la sua preferenza per “musiche e danze”. Non aiutò la sua crescita nemmeno il padre, il Re Tar-Telemmaite, famoso solo per il suo “amore per l’argento, e a suoi servi ordinava di cercare senza posa il mithril”.

A causa di tutto questo, Vanimelde crebbe succube della situazione attorno a lei, e cedette completamente la gestione del potere al marito Herucalmo.

Insomma, tre Regine molto diverse, ma accomunate anch’esse, come gli Uomini, da quella strisciante ombra di decadenza che avrebbe condotto Nùmenor alla rovina.

Il regno di Tar-Atanamir: quando l’Ombra calò su Nùmenor

Nell’anno 1800 della Seconda Era, ascese al trono di Nùmenor Tar-Atanamir, il cui regno durò 192 anni, fino al 2221. Costui fu un Re chiave nella storia di Nùmenor, come possiamo leggere nei Racconti Incompiuti, perchè “superbo e bramoso di ricchezza, e i Nùmenoreani al suo servizio imposero gravosi tributi agli Uomini abitanti le coste della Terra di Mezzo”.

Un re “colonialista”, diremmo noi, che smise di coltivare la saggezza nei rapporti con gli altri Uomini, e basò tutta la sua politica sul dominio e la sopraffazione altrui. Il primo seme dell’Ombra piombò su Nùmenor, non solo a causa di questo, ma anche per una ragione ben più grave, perchè “il Re e coloro che ne facevano propria la sua visione delle cose, parlavano apertamente contro il bando dei Valar, e i loro cuori erano ostili a questi e agli Eldar”

Nel Silmarillion, inoltre, assistiamo ad un dialogo notevole tra questo Re e i messaggeri elfici mandati dai Valar riguardo il Bando e il tema della mortalità umana: un dialogo centrale, nella produzione tolkieniana, perchè è uno dei tem portanti delle sue storie, e che mostra bene due punti di vista totalmente diversi sul mondo. Alcuni passi del dialogo sono davvero efficaci e coinvolgenti.

Il Re e i suoi sostengono con forza l’idea di avere gli stessi diritti degli Elfi: “perchè dovunque non dovremmo invidiare i Valar o addirittura l’ultimo degli Immmortali? Da parte nostra, infatti, si richiede una fede cieca, una speranza senza garanzie, senza che noi si sappia ciò che ci aspetta dopo un breve lasso di tempo, Pure, anche noi amiamo la Terra e non vorremmo perderla”.

E i Messaggeri allora: “Invero, il pensiero di Ilùvatar per quanto vi riguarda non è noto ai Valar (…) E il Destino degli Uomini, il doversene essi andare, all’inizio è stato un dono di Ilùvatar; se per gli Uomini è diventata cagione di dolore, è solo perchè, caduti sotto l’ombra di Morgoth, è parso loro di essere circondati da un’infinita tenebra che li sgomentava; e alcuni di loro si sono fatti caparbi e superbi, decisi a non cedere finchè la vita non venga loro strappata (…) noi temiamo che l’Ombra riappaia e ricresca dentro i vostri cuori”.

Tar-Atanamir “fu dispiaciuto del consiglio dei Messaggeri, che tenne in scarso conto, e gran parte del suo popolo ne seguì l’esempio, mosso com’era dal desiderio di sottrarsi alla morte subito, anzichè affidarsi alla speranza. E Atanamir visse fino a tardissima età , aggrappato alla propria esistenza al di là del termine di ogni gioia; e fu il primo dei Nùmenoreani a farlo, rifiutandosi di andarsene finchè non si trovò privo del senno e della virilità, negando al proprio figlio la regalità mentre questi era nella pienezza dei propri giorni”.

La saggezza era stata dimenticata, e l’Ombra cominciò a calare su Nùmenor.

Il canto di Sam nella torre di Cirith Ungol: la musica come svolta della trama

Moltissimi personaggi, nella Terra di Mezzo, cantano, e le scene “canore” nelle quali sono coinvolti assumono un grande valore, perchè non sono semplici intermezzi musicali per alleggerire la narrazione, ma al contrario hanno un ruolo fondamentale, nella trama: anzi, direi che il canto- e la poesia, che nella Terra di Mezzo è strettamente collegata- assurge ad elemento portante della trama: dopo aver cantato, la scena cambia e i personaggi non sono più gli stessi. C’è un vero e proprio “salto di qualità”, nella vicenda.

Ma quale era il rapporto di Tolkien con la musica? Nella lettera a Robert Murray del 2 Dicembre 1953 il Professore ammette la sua venerazione per la musica e i musicisti: •«Chiunque sappia suonare uno strumento a corde mi sembra uno stregone degno di profondo rispetto. Io amo la musica, ma non ho inclinazione; e gli sforzi sprecati per imparare a suonare il violino in gioventù mi hanno solo lasciato un timore quasi reverenziale quando mi trovo in presenza di violinisti». Questa vera e propria venerazione di Tolkien verso la musica classica e i musicisti si riflette in tutte le storie della Terra di Mezzo: la musica assume un valore sacrale, un ponte verso ciò che va oltre l’uomo e che lo mette in contatto con il divino.

Naturalmente la musica è il cuore stesso della Terra di Mezzo, ciò da cui tutto ha avuto inizio: Arda nasce attraverso la Musica degli Ainur, e quelle indimenticabili pagine mostrano molto bene la centralità dell’evento musicale, che nelle storie di Tolkien assume tantissime forme, tocca vari generi letterari e assume differenti valori a seconda del personaggio in azione o delle scene nelle quali vediamo un personaggio che canta.

Io qui ne parlerò solo per un determinato aspetto, con degli esempi per forza di cose brevi e non esaustivi, perchè il tema è davvero ampio e necessita di molto più spazio per essere sviscerato.

In questo articolo mi limiterò ad un solo esempio, in futuro esplorerò il tema ancora di più!

Prima, però, una piccola premessa riguardo al modo di concepire la musica da parte dei maggiori protagonisti del Signore degli Anelli, gli Hobbit , che riflettono la venerazione stessa del Professore di cui abbiamo parlato prima.

Gli Hobbit e la musica: stupore e meraviglia

Nell’economia del Signore degli Anelli- che principalmente assume un punto di vista Hobbit- il canto è visto come un elemento magico: quello elfico, in particolare, viene descritto come qualcosa di soprannaturale che conduce gli Hobbit in una dimensione altra, destando il loro continuo stupore e meraviglia. Frodo, dopo essere guarito dalla ferita, entra nel salone dei canti e si mette ad ascoltare. «La bellezza delle melodie intrecciate alle parole della lingua elfica, pur capendo poco, non appena cominciò a prestarvi attenzione lo avvolse in un incantesimo. Sembrava quasi che le parole prendessero forma e che visioni di terre lontane e creature radiose da lui mai immaginate si schiudessero davanti ai suoi occhi».

«Gli Hobbit non avranno mai la stessa passione degli Elfi per la musica, la poesia e le storie. A quanto pare le amano come il cibo, se non di più», dice Bilbo, qualche pagina dopo «l’incantesimo» in cui è stato avvolto Frodo. Per gli Hobbit, che ammirano gli Elfi e li vedono come esseri infinitamente superiori e perfetti, anche ciò che gli Elfi padroneggiano assume forme soprannaturali. L’osservazione di Bilbo rafforza questa idea del valore supremo del canto, dato che per gli Hobbit il cibo è un qualcosa di sacro, di vitale: amare qualcosa più del cibo rende quell’oggetto d’amore davvero fondamentale e, appunto, sacro. Sam è il più esplicito nel manifestare questo sentimento di meraviglia continua: nel capitolo «Lothlòrien» , per descrivere il paesaggio nel quale si imbatte, usa il canto come termine di paragone: «Credevo che gli Elfi amassero soltanto la luna e le stelle: ma questo è più elfico di qualunque descrizione mai sentita. Mi sembra come di trovarmi dentro una canzone, non so se ci capiamo».

Tutto questo mostra molto bene come il canto non sia un elemento normale della trama, ma sia cruciale nell’economia della storia: ad esso viene affidato il compito di mettere in luce determinate situazioni non solo della trama, ma anche dello stato d’animo dei personaggi.

Il canto nella terra di Mezzo: espediente narrativo ed elemento cruciale della trama

Il canto è talmente cruciale nell’economia del libro, che diventa un vero e proprio «viatico all’azione»,e si caratterizza, in molti casi, come vero e proprio espediente narrativo, nel senso che sblocca situazioni complesse e si caratterizza, in determinati momenti, come snodo della trama: dopo il canto di un personaggio, l’azione cambia e la trama si sviluppa in profondità; non è affatto un intermezzo, ma un momento cruciale della trama, da leggere con attenzione perché è lì che spesso Tolkien descrive gli stati d’animo dei personaggi, le loro speranze e paure, i sogni che hanno o i ricordi che conservano nel loro cuore.

Vediamo due esempi, in quest’ultimo senso.

Il lamento di Galadriel: la Dama ha perso la speranza di poter tornare a Valimar e al Reame Beato e augura agli altri viaggiatori di poterci arrivare: «perso, ormai perso per quelli dell’Est è Valimar! Addio! Forse tu troverai Valimar. Forse anche tu lo troverai. Addio!»

Frodo cerca di farsi coraggio nella Vecchia Foresta: i quattro Hobbit si sono persi e Frodo, per andare avanti, nonostante la paura cerca di farsi coraggio cantando «O! Vagabondi nel paese oscuro non disperate! Poiché anche se duro, ogni bosco dovrà pur terminare, e vedere il sole che in alto appare».

Ma vediamo un esempio, a mio modo di vedere molto eloquente, di come il canto, nel Signore degli Anelli, diventi un modo per far svoltare la trama: il canto di Sam nella Torre di Cirith Ungol.

Sam è entrato nella fortezza, ma non riesce a trovare Frodo. Si trova in una situazione disperata, ma qualcosa lo spinge a un gesto folle eppur coraggioso: cantare nel cuore del regno di Sauron!

Il canto è una vera e propria dichiarazione di speranza , in una situazione altamente disperata: diventa, anzi, una vera e propria «preghiera».

Là a occidente sotto il sole               

    spunta il fiore a Primavera                

    e ogni pianta sbocciar suole             

    ed il bosco è una voliera.                          

    Son le notti terse e belle                   

    e flessuoso il faggio sfoggia              

    come gemme Elfiche stelle  

che frammezzo i rami alloggian.            

Pur se il viaggio mio avrà termine

e nel buio sarò sceso,

oltre torri alte e ferme,

oltre il monte più scosceso,

sopra l’ombre il Sole Torna

e hanno gli astri eterna sede:

non dirò che è morto il Giorno,

nè darò agli astri congedo”.

Il canto, bellissimo, è strutturato in modo tale da far emergere il contrasto tra il canto stesso e la situazione che apparentemente lo sconsiglia; si parte dal ricordo di qualcosa di bello che conservi nel tuo cuore : nel caso di Sam, forte è il ricordo della purezza della natura incontaminata. Il faggio è messo in relazione con le «Elfiche stelle», ciò che di più puro c’è al mondo per lo Hobbit. C’è una forte consapevolezza che il viaggio può essere giunto alla fine, in un luogo orribile e senza speranza. Come chiusa, abbiamo una potente dichiarazione di speranza («sopra l’ombra il Sole torna», «non dirò che è morto il Giorno, né darò agli Astri congedo») . Il canto trionfa, inaspettato: «gli parve di aver udito una voce fioca che gli rispondeva».

Alla fine ha trovato Frodo, proprio grazie a quel canto “folle ma coraggioso”: la trama svolta, con una “eucatastrofe”- il termine inventato da Tolkien- che da una situazione disperata conduce al trionfo della speranza, inaspettata e per questo ancor più benvenuta.

Maglor e lo strazio di un giuramento

Tra i grandi e tragici Elfi del Quenta Silmarillion, le cronache della Prima Età della Terra di Mezzo, un posto speciale spetta a Maglor, uno dei sette figli di Feanor, che tanta parte hanno avuto nella travagliata storia degli Elfi Noldorin.

Maglor è noto come “il possente cantore, la cui voce si udiva lontano per terra e per mare”. Assieme a Daeron, il menestrello del Doriath, Maglor è quindi il più grande cantore della Terra di Mezzo. In Tolkien, coloro che cantano hanno sempre un ruolo particolare, sia per il bene che per il male, e tante volte le loro scelte risultano decisive: Tuor pone mano all’arpa prima di intraprendere la strada alla ricerca di Gondolin, Sam Gamgee canta disperato all’interno della Torre di Cirith Ungol e in quel modo riesce a ritrovare Frodo, che gli risponde di rimando e Eomer canta una melodia di morte quando vede Eowyn caduta e crede sia morta… ma gli esempi potrebbero continuare. Quello che importa qui è sapere che Maglor ha un ruolo centrale, proprio perchè cantore: non tanto per il fatto del ruolo del “menestrello” in sè, quanto perchè appare l’unico dei figli di Feanor ad essere esacerbato dal terribile giuramento di riconquista dei Silmaril contro tutto e tutti, giuramento che è stato perenne fonte di lutti e tragedie per Elfi e Uomini.

Maglor è straziato dal giuramento, e in questo è accomunato al fratello Maedhros, ma a differenza sua lo strazio di Maglor pare nascere da una reale presa di coscienza della perniciosità del giuramento. Maglor appare davvero pentito, come leggiamo in due momenti del capitolo finale del Silmarillion, Del viaggio di Earendil e della guerra d’Ira.

Nel primo Maglor e Maedhros vedono la nave Vingilot in cielo, guidata da Earendil. Maedhros dice “Di certo, quello è un Silmaril che splende in Occidente”.

E Maglor replicò: “Se è davvero il Silmaril che abbiamo visto sprofondare in mare e che risorge grazie al potere dei Valar, ebbene rallegriamoci, chè la sua gloria ora è vista da molti, e il Silmaril è al sicuro da ogni male”.

Maglor sembra qui già stanco del giuramento, tanto da mostrare serenità e sollievo al vedere una delle tre gemme in mani altrui; ma la conferma del suo pentimento la troviamo in un passo successivo, nel quale, dopo la sconfitta di Morgoth, Maedhros ricade nella tentazione di far rispettar il giuramento e intende rubare le gemme ai Valar. Maglor, qui, discute col fratello, e non appare d’accordo con lui, per la prima volta dopo molto tempo.

Il desiderio di Maglor fu di sottomettersi, essendo il suo cuore pieno di tristezza, ed egli disse: “Il giuramento non dice che noi non si possa aspettare un’occasione migliore, e può darsi che in Valinor tutto venga dimenticato e perdonato, sì che noi si torni a riavere pacificamente il nostro”.

Maedhros tuttavia replicò che, se fossero tornati in Aman solo per vedersi negare il favore dei Valar, il loro giuramento sarebbe rimasto valido, e tuttavia definitivamente irrealizzabile; e soggiunse: “Chi può dire a quale spaventosa sorte noi saremmo consegnati qualora disobbedissimo alle Potenze nella loro stessa contrada, o concepissimo addirittura il proposito di muover guerra al loro santo regno?”.

Ma Maglor continuava a riluttare, affermando: “Se Manwe e Varda stessi rifiutassero il rispetto di un giuramento, pronunciando il quale li abbiamo chiamati a testimoni, esso non sarebbe reso vano?”E Maedhros: “Ma come potrebbero le nostre voci giungere fino a Ilùvatar di là dalle Cerchie del Mondo? E nella nostra follia abbiamo giurato per Ilùvatar, invocando su di noi la Tenebra Eterna, qualora non tenessimo fede alla parola data. Chi ce ne libererà?”.

“Se davvero nessuno può liberarene”, osservò Maglor, “ecco che davvero la Tenebra Eterna sarà la nostra sorte, che noi si tenga fede al nostro giuramento o lo si infanga, ma sarà minore il male che faremo infrangendolo”.

Un dialogo drammatico, questo, tra i due fratelli, e Tolkien ci mostra molto bene l’altra faccia della fede a un giuramento: si è attirati verso di esso, lo si rispetta perchè i giuramenti funzionano così, ma bisogna stare molto attenti a cosa si giura, perchè puoi venirne travolto.

E infatti, alla fine, Maglor cede al fratello, e i due scappano con le gemme, dopo avere ucciso ancora, ma non vanno lontano, perchè “la gemma bruciò la mano di Maedhros con dolore insopportabile; ed egli s’avvide che era come Eonwe aveva detto, che cioè il suo diritto al possesso del Silmaril era nullo, e vano il giuramento”. Maedhros si uccide gettandosi in una voragine infuocata, e il Silmaril cadde nelle viscere della terra.

Maglor, abbiamo detto, si era pentito; e questo forse gli salvò la vita. Infatti, “di Maglor invece si dice che neppure lui potè sopportare il dolore, onde fu tormentato dal Silmaril, sicchè alla fine lo gettò nel Mare, e di poi vagò per sempre sui lidi, cantando il suo dolore e il suo rimpianto accanto alle onde”.

S’alfabetu de sos Hobbit: novità Tolkieniane dalla Sardegna

Le pubblicazioni di argomento Tolkieniano, negli ultimi anni, sono aumentate, e vertono sugli argomenti più disparati: saggistica, filosofia, giochi, alimentazione…. insomma, ce n’è per tutti i gusti.

Una pubblicazione particolare, però, che vorrei segnalare, è recentissima: a marzo 2021 è uscito, presso Alfa Editrice, S’alfabetu de sos Hobbit, un libro davvero unico del suo genere.

Le due autrici, Stefania e Ilaria Carta, sono due delle socie fondatrici di S’Arda- Tolkien Sardegna, la “comunità sarda per lo studio e la divulgazione delle opere di Tolkien nell’isola”, come leggiamo in fondo al volume; e loro proposito, dicono nella Prefazione, è “mostrare che il sardo è una lingua neo- latina come le altre della stessa famiglia (…) In seguito a studi accademici abbiamo capito che una lingua s’apprende meglio attraverso la lettura di ciò che si ama, dunque con questo libricino vogliamo applicare tale principio per scoprire nuovamente, con occhi nuovi, la lingua che i nostri Antenati ci hanno lasciato in eredità”.

Insomma, quale miglior modo, per avvicinarsi ad una lingua, di conoscerla e imparare ad amarla, attraverso una storia che amiamo e che leggiamo tutti i giorni? In questo, credo anche io che la Terra di Mezzo sia perfetta, dato che, alla base dell’invenzione Tolkieniana, domina l’amore per le lingue e la volontà di dare ad una lingua inventata un mondo nella quale tale lingua si parli.

Così è stato per le lingue Elfiche. Per questo amiamo così tanto la Terra di Mezzo: perchè quelle lingue ti danno il senso del mondo, e ti sembra davvero di essere lì.

E quindi, far riscoprire una lingua attraverso la Terra di Mezzo si rivela azzeccato, perchè riesci ad immaginarti le persone che parlano una lingua che non conosci attraverso l’immaginazione: pensare a Bilbo o ad Aragorn che parlino il sardo te lo avvicina molto, e ti fa venir voglia di conoscere questa lingua ancora di più.

Il libro, pieno di illustrazioni molto e disegni molto affascinanti, a cura delle stesse sorelle Carta, è fatto proprio come un Alfabeto: per ogni lettera, c’è un esempio con una parola sarda e il suo corrispettivo in italiano, spesso unita a un passo o ad una poesia tolkieniana, il che aumenta la confidenza con il Sardo. Oppure, dopo ogni parola, c’è la descrizione del lemma, con parole delle autrici, con le quali descrivono il lemma della Terra di Mezzo che hanno scelto per quella lettera.

Per esempio, alla A troviamo Aneddu, cioè Anello, e di seguito la versione sarda della Poesia dell’Anello; alla M leggiamo del Majargu, cioè lo Stregone ( e quel Majar ricorda la vera essenza degli Stregoni della Terra di Mezzo!); lì troviamo la definizione in Sardo dei Maghi, e tra le altre cose leggiamo che “Sos Majargios sunt sos Istari, una paràula de sos alvos pro custos sabios mannos”, e cioè “Gli Stregoni sono gli Istari, un termine elfico per indicare i grandi saggi”.

Potrei citare altri esempi, ma non voglio togliervi il gusto della lettura di questo piccolo libro, che potete trovare sui canali di vendita come Amazon, IBS e Libreria Universitaria ; un libro che apre uno squarcio alternativo sulla Terra di Mezzo, a dimostrazione di come il mondo creato da Tolkien può avvicinare tante realtà lontane tra loro , creando davvero una fratellanza universale.

Insomma, godetevi questo viaggio, dalla Terra di Mezzo alla Sardegna!